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domenica 11 aprile 2021

Quesito spassionato


Mi scuso anticipatamente con chi avrà la sventura di leggere questo post, da me scritto in fretta e furia e contraddistinto - almeno a me pare, nel rileggerlo rapidamente - da un buon miscuglio di insofferenza, di stanchezza e di disillusione; spero, però, che nulla risulti volgare, offensivo o superficiale.

Il fatto, in poche parole, è questo.

Sento continuamente parlare di gente che va, viene, bighellona e fa i porci comodi dentro e fuori dalle Regioni in zona rossa, come se questa e le pertinenti restrizioni non vi fossero affatto.

Sento di conoscenti che dicono che tanto è tutto finto o comunque fatto a cazzo, che controlli non ce ne sono e che, ove anche ve ne fossero, giustificazioni se ne trovano facilmente.

A questo punto mi chiedo: ci sono anche altri come noi o siamo solo io e la mia ragazza a farci - soffrendo - tanti problemi a vederci (e, dunque, non vedendoci), visto che abitiamo in Comuni diversi in una Regione in zona non già rossa, bensì addirittura arancione?

Anche noi, dunque, dovremmo infischiarcene di ciò che il Governo, per il bene e la salute di tutti quanti, impone?

Pasqua e Pasquetta sono passate, e con loro anche i tre tamponi rapidi (tutti negativi, per fortuna) che mi son dovuto fare a distanza di giorni non appena ho saputo che un mio amico incontrato giovedì santo era risultato positivo, prima al tampone rapido e poi a quello molecolare.

Per farla molto breve, grazie a uno stratagemma, rappresentato dal piantare una tenda in giardino e pernottarci, siamo riusciti a stare insieme e, al contempo, mantenere le distanze dai familiari della mia ragazza, nella (ancora) incertezza in ordine alla mia positività al Covid-19 e comunque forti del vaccino che lei, al contrario di me, ha ricevuto.

Subito dopo, però, rieccoci in zona arancione. Con tutte le restrizioni e le contraddizioni che la contraddistinguono (ivi comprese quelle del non poter recarsi in altri comuni se non per motivi di necessità, lavoro o salute). Non capisco perché non possa andare da una persona che ho visto sino al giorno prima, per giunta con i dovuti distanziamenti e precauzioni anche nei confronti dei suoi familiari - distanziamenti e precauzioni che avrei volentieri mantenuto, se del caso, ove tali da consentire il riavvicinamento mio e della mia ragazza.

Sì, si parla tanto di ricongiungimento con il partner (ammesso, a quanto consta, anche in costanza di zona arancione). Vallo a spiegare, però, che sia tu, sia lei vivete ciascuno con le rispettive famiglie e che non avete una vostra residenza, domicilio o dimora. Voi ve la sentireste di rischiare la multa per così poco?

Così, però, purtroppo non è, e io mi chiedo se il deficiente sia effettivamente io, che sto facendo di tutto per rispettare le restrizioni alla libertà di circolazione ai tempi del Covid-19 a fronte del fatto che tutti gli altri pare che se ne infischino. O almeno questa, allo stato, è la mia percezione della cosa.

Seccatamente

Er Matassa

P.S. Devo ammettere che non è la prima volta che la mia ragazza ha idee geniali o che, quanto meno, ti svoltano la giornata. Sarà per questo che, d'ora in poi, la chiamerò Eureka (ma mi riservo qualsiasi ulteriore modifica, ad Archimede piacendo).

sabato 3 aprile 2021

La vigilia di Pasqua che non ti aspettavi

Alla fine della settimana lavorativa di Pasqua, uno pensa che - più o meno - poteva andare peggio.

Certo, sono tre settimane che non vedo la mia ragazza (alla quale, detto per inciso, ai fini di queste righe ancora non ho trovato un soprannome adeguato), ma la rivedrò questo weekend. E poi mi sono giostrato bene i giorni disponibili per passare Pasqua un po' in famiglia, un po' con lei.

Tutto bene, dunque? No.

No, perché la sera della vigilia di Pasqua vengo a sapere che un amico che ho incontrato di persona qualche giorno prima è risultato positivo al tampone rapido.


E che, non te lo fai un tampone rapido anche tu per sicurezza, il giorno della vigilia di Pasqua?

Tanto cosa vuoi che sia trovare una farmacia aperta di sabato sera prepasquale.

Momenti di panico con la mia ragazza (per fortuna già vaccinata), con la quale ero al momento della ricezione della lieta notizia, pensando alle persone più fragili che ho avuto e ho accanto, a lavoro e in famiglia.

Momenti di rabbia per il mio amico che, forse, avrebbe fatto meglio a starsene più attento, dal momento che - come poi avremmo scoperto - altri due suoi colleghi di lavoro erano risultati positivi al tampone rapido.

Momenti di tristezza, perché il piano di "vacanze" (vacanze per modo di dire, ché non vivendo ancora insieme con la mia ragazza ogni momento buono per ritrovarci insieme da soli è un po' come stare in vacanza) che avevamo in mente - seppur solo in parte - è andato a farsi benedire.

Miracolosamente troviamo una farmacia ancora aperta in zona e riesco a fare il tampone rapido. Esito: negativo.

Tutto bene, dunque (n. 2)? No.

No, perché - come mi faceva correttamente osservare la mia ragazza - non è trascorso ancora il tempo massimo di incubazione del virus da quando ho incontrato il mio amico. Quindi l'esito del tampone rapido lascia un po' il tempo che trova: dovrei ripeterlo tipo a brevissimo, ma il primo giorno utile - ovviamente - è martedì.

Nel frattempo, devo capire come gestire e contenere la cosa in casa con i miei.

Ovviamente, tutto ciò non poteva accadere nelle scorse tre settimane prima di Pasqua, quando - per le restrizioni alla circolazione imposte dalla zona rossa - comunque non mi sarei potuto muovere o far niente insieme alla mia ragazza, che è ...di fuori dal comune (in senso sia letterale, sia figurato). No. Doveva succedere adesso.

Proprio io, che qualche post fa andavo predicando pazienza, mi sto accorgendo che è la mia, di pazienza, a stare per finire.

Pazientemente

Er Matassa

venerdì 2 aprile 2021

Pensieri pasquali ai tempi del Covid-19

 Sono passate da poco le otto di sera.


Passeggio sul marciapiede di una centralissima strada a Roma. Guardo qualche vetrina distrattamente: lo sguardo non mi è mai ricambiato, se non da qualche manichino in servizio permanente. I negozi, infatti, sono chiusi già da un po'.

Nonostante sia venerdì sera, non ci sono persone in giro. Nessuno si incontra per un aperitivo (i bar hanno chiuso i battenti già alle sei di pomeriggio), per cena o semplicemente per bere qualcosa a mo' di inaugurazione del weekend  - certo, io non lo facevo nemmeno in tempi pre-Covid, con tutto il lavoro che c'era da fare, ma tant'è. Nessuno si affanna a cercare parcheggio; di parcheggio, a ben vedere, ce n'è anzi a bizzeffe.

"Pare di stare ad agosto", dice la mia amica che vive qui e con la quale l'unica alternativa per scambiare quattro chiacchiere è rimasta quella di trascinarsi per una passeggiata per le vie del centro. Lei, in realtà, è contentissima: con i tempi che corrono, parcheggia sempre davanti al portone di casa, cosa impossibile in circostanze normali, durante le quali, dopo cinque giri di macchina, trova posto magari a parecchi isolati di distanza. E magari - mi confessa candidamente - senza ricordarsi, la mattina dopo, dove l'ha parcheggiata.

Questa è Roma, questo è il centro di Roma, questo è il deserto che ci si para innanzi mentre riflettiamo sui cambiamenti che questo virus ha portato nelle nostre vite.
Io ho cambiato lavoro, lei cambierà a breve casa. Nessuno di noi due lo dice, ma alla base di questi mutamenti - ne siamo convinti - c'è proprio lui, il Covid-19. Che ha spinto il mio ex datore di lavoro a fare economia nei confronti dei propri collaboratori e la padrona della casa della mia amica, dove lei è in affitto, a darle il benservito per monetizzare la casa in questione, vendendola al miglior offerente sulla piazza già opportunamente individuato. Per questo la mia amica andrà a vivere molto più lontano.
- "Proprio nel momento in cui hai trovato lavoro vicino a casa mia!"
- "Ci siamo incontrati in epoche diverse delle nostre vite", ho pensato e ho poi detto alla mia amica. Lei mi ha guardato, ha soppesato, ha annuito. 

Subito dopo ho riflettuto su un'altra cosa - stavolta, però, senza dir niente alla mia amica, forse per timore di risultare banale.
"Il Covid ha portato grandi mutamenti in ciascuno di noi". Lo dicono in tanti, è vero, ma nessuno lo sa veramente finché non li tocca con mano.
E così, accanto alle conseguenze macroscopiche davanti agli occhi di tutti, che ci riguardano quali membri di una comunità - strade deserte, negozi chiusi, distanziamento ovunque, la necessità di avere sempre con sé gel disinfettante e mascherine per il volto - ce ne sono altre, microscopiche, per ciascuno di noi nella sua individualità e diversità. 

Ognuno di noi ha la propria storia e ogni storia è stata incisa in modo diverso da questa maledetta pandemia.
Ho avuto la sfortuna di perdere il lavoro l'anno scorso e la fortuna di averne da poco trovato un altro (peraltro proprio prima che il Lazio ridiventasse zona rossa). Con la massima umiltà e consapevolezza possibile, forse potrei azzardarmi a dire di aver vissuto una discesa e una risalita. Ma in quanti sono rimasti per strada? In quanti sperano ancora in un lavoro, cercandolo tuttora? In quanti non hanno vissuto una discesa, ma la discesa, senza riuscire a risalire e a rimettersi in sesto?

Rifletto sul fatto che non posso permettermi (e mi riprometto di non farlo) di generalizzare sulle conseguenze - anche economiche - della pandemia, perché in fondo che ne so io di come l'hanno vissuta gli altri?  
Mi viene in mente la frase di Freccia nel film Radiofreccia, che detto per inciso penso sia l'unico ruolo in cui Accorsi mi sta simpatico:
"Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri."

Ringrazio di aver trovato (dopo averlo perso) lavoro in piena pandemia. Ma mi manca il vociare della gente e lo struscio nelle strade. Mi manca la gente e mi manca la normalità, il calore di un bacio, la stretta di un abbraccio di una persona non di famiglia e che - quindi - rende l'abbraccio ancor più prezioso.

Che sia una Pasqua di tranquillità, di riflessione e di speranza. Per tutti.

Er Matassa



lunedì 15 marzo 2021

Pensieri sparsi in tema di zona rossa

"Zone Rosse per te ho previsto stasera" direbbe Massimo Ranieri, parafrasando la sua ben più nota "Rose Rosse".

La suddivisione italiana in zone al 15/03/2021 
Da oggi, infatti, si torna in zona rossa per tre settimane. Meno male che ho fatto appena in tempo a salutare di persona la mia ragazza (alla quale, detto per inciso, considerata la ricorrenza nei post che scrivo, sarà opportuno dare un soprannome: ci penserò!). Ultimo weekend insieme, in attesa che trascorrano le tre settimane "rosse" prima di poterci rivedere (abitiamo, ahimè, in comuni diversi, ciascuno con le proprie famiglie)... Speriamo in fretta e senza imprevisti.

Zona rossa per me vuol dire anche ripensare a un anno fa, quando, di punto in bianco, io e i miei colleghi fummo tutti costretti a rimanere a casa e a non andare a lavoro. Vuol dire ripensare a quel brutto periodo in cui nemmeno per un secondo riuscivo a rimanere concentrato su ciò che volevo fare, persa la bussola in casa con i miei e scomparso un caro amico a quattro zampe, con un'importante scadenza alle porte e altri impegni lavorativi minori ma non meno importanti. Per giunta, alla fine di quel brutto periodo, fui caldamente invitato a cambiare lavoro e a trovarmene un altro; e, tra le due cose, impegnato a portare a termine la scadenza importante. Nel frattempo, per non farci mancare nulla, la mia ragazza si era presa il COVID: altri due mesi senza vederci.

Quest'anno la situazione si è "ribaltata", se così si può dire: c'è un nuovo amico, anzi, un'amica (e anche anzianotta!) a quattro zampe in casa, della quale ci stiamo occupando e che ci sta dando tanta gioia. Ovviamente non potrà mai prendere il posto di chi c'era prima, ma dare amore e cure a un altro animale penso abbia aiutato molto me e i miei a elaborare l'accaduto e ad andare avanti, anche in relazione a tutto ciò che sta succedendo in Italia legato all'evoluzione della pandemia. E, a proposito di (ri)elaborazione, dopo molte incertezze, mi sono proposto di trovare qualcuno che mi aiutasse a comprendere e rielaborare tutto ciò che stava accadendo: dopo un po' di giri a vuoto l'ho trovato e, piano piano, da questo percorso sta venendo fuori qualcosa di positivo (magari un giorno ne scriverò a parte).

In secondo luogo, penso di potermi considerare fortunato nell'aver trovato un nuovo lavoro, seppur in prova, appena un mese prima dell'ingresso della regione in zona rossa. Ricerca che, a seguito di tale ingresso, di certo sarebbe stata non dico impossibile, ma quantomeno più difficile.

Per altro verso, da alcune avvisaglie inizio a intravedere all'orizzonte dei problemi di compatibilità che potrebbero porsi in futuro tra il mio nuovo lavoro e le aspirazioni a continuare a lavorare in Università. Aspirazioni per un verso confermate dalla proposta di una ulteriore collaborazione; la quale, però, potrebbe intralciare la mia nuova avventura (o relativamente nuova: ho appena iniziato la quarta settimana!),  complice l'assenza di organizzazione, buon senso e comprensione in capo al Professore con cui spesso collaboro.

Ricapitoliamo.
Ho avuto la fortuna di trovare lavoro e di salutare la mia ragazza prima dello scoppio della zona rossa, mi è stata promessa una collaborazione accademica, abbiamo un altro amico (anzi: amica) a quattro zampe al quale dare amore. Tutto bene, dunque? Io spero di sì: ma gli spettri dell'insicurezza, della disorganizzazione e della deconcentrazione albergano ancora dietro l'angolo e io ancora non ho del tutto imparato ad acchiapparli con lo zaino protonico da acchiappafantasmi di cui ognuno di noi, dalla nascita, è inconsapevolmente fornito.

Spettralmente

Er Matassa

sabato 11 luglio 2020

Avere trent'anni nel 2020

"Del trentesimo anno non si parla mai. Dei ventenni, dei cinquantenni, degli anziani sì. Programmi TV, ribalte e discussioni politiche. Ma di chi arriva in quel punto della vita dove si tira la prima riga, si fanno scelte o si rinuncia  – un momento decisivo, un bivio nel cammino di tutti –, di questo non si occupa nessuno".

Questa l'introduzione del volume "In tempo di guerra" di Concita De Gregorio, edito da Einaudi nel 2019. Sfido chiunque a smentire le sue parole: i trent'anni, oggigiorno, rappresentano il limbo della vita. Altro che dantesco "mezzo del cammin di nostra vita". Oserei dire che nella "selva oscura", ai nostri giorni, ci si arriva ben prima dei trentacinque anni. Già, perché "dei trentenni non si sa niente. Invisibili alla politica, dipinti attraverso stereotipi, con un piede nel regno dei ragazzi e l’altro in quello degli adulti. Su un terreno troppo soggetto a smottamenti per non farci tremare le gambe, troppo instabile per non farci temere che possano essere sabbie mobili"(1).

Forse non v'è bisogno di aggiungere altro. È però il caso di sottolineare che sia il libro, sia l'articolo che lo recensisce risalgono al 2019. Il limbo che descrivono, pertanto, prescinde dalla pandemia e dalla conseguente emergenza sanitaria che ha colto tutti alla sprovvista, a seguito della quale di certo non esce un quadro più rasserenante.

Chi lo avrebbe detto che avrei atteso così lo scoccare dei trent'anni, per me ormai imminente? Penso alle parole della De Gregorio e le sento mie. Senza più un lavoro fisso, con una scadenza importante alle porte, per la quale sto tentando di scrivere qualcosa che abbia senso compiuto, lavorando chiuso in casa senza aria condizionata (tra i luoghi che sono stati chiusi per l'emergenza COVID-19, com'è noto, vi sono infatti anche le biblioteche e le sale studio). Ma soprattutto, senza alcuna certezza sul mio futuro e su quanto valga la pena spremersi le meningi in queste condizioni. Il tutto con la concentrazione pari a quella di un criceto(2), che fa sì che io sia perennemente in ritardo rispetto alle tempistiche che mi son dato.

Se faccio il paragone con il medesimo periodo dell'anno scorso, è giocoforza dire che stessi meglio. Avevo appena saputo di aver superato la prima prova di un esame importante e, dunque, subito acquistato l'occorrente per prepararmi al test successivo. Nel frattempo ero riuscito a chiedere una proroga per una scadenza allora imminente. Queste gioie erano condivise con la mia ragazza di allora, che frequentavo però da appena qualche mese.

A distanza di un anno, l'esame è stato superato, nel posto in cui lavoravo mi hanno invitato a cercare altrove, la proroga dei termini è finita e la scadenza allora rinviata è, stavolta, veramente imminente. Ragion per cui si prospetta un'estate tutt'altro che rilassante. 
Lei, la mia ragazza, con cui già è passato un anno insieme e con cui, salvi i normali alti e bassi, sto molto bene, è forse l'unica costante rimasta (se non altro quella più recente), famiglia, amici e arti marziali a parte.
Se io sono quello ingarbugliato, lei è quella che, alla fine, spesso e volentieri riesce a sciogliere i nodi. Giusto per rimanere in tema, se io sono Er Matassa, lei potrebbe chiamarsi, che so, Lisistrata. O Balsamo (3).   

I trent'anni ti sorprendono così, quando meno te lo aspetti, nel limbo che non ti aspettavi. C'è un punto della selva più oscuro e inesplorato degli altri. Nel dribbling tra scadenze e impegni, professionali o meno, i trenta entrano a gamba tesa, facendoti cadere e prendere un spavento.
L'importante è rialzarsi e riuscire a trovare un senso nella selva. E procedere, con le persone che ti vogliono bene, in quella direzione.

Er Matassa (con più capelli bianchi della scorsa settimana)

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(1) Come efficacemente si riporta in un articolo dell'Huffington Post a commento del libro in questione. 
(2) Ho tirato fuori dal cilindro il primo animale che mi è venuto in mente, ma effettivamente ignoro se i criceti siano animali provvisti di una qualche concentrazione. Ove così fosse, mi scuso con loro per l'equivoco.
(3) Forse meglio Lisistrata...

mercoledì 24 giugno 2020

In ritardo, come sempre

Sono sempre in ritardo. 

Non parlo degli appuntamenti: a quelli, bene o male, son sempre riuscito ad arrivare puntuale, nonostante i mezzi pubblici e l'incontrollabile (e imprevedibile) traffico romano. A onor del vero, da quando ho un mezzo proprio, purtroppo invece di arrivare in anticipo ho iniziato ad arrivare prima puntuale e, mano a mano, sempre più in ritardo. Ma mi sto rimettendo in riga, complici l'orario di lavoro, la ragazza e la poca predisposizione di entrambi (della seconda, in particolare) a sopportare i miei ritardi.

Quello di cui parlo sono le maledette scadenze (e non solo di lavoro). Non ce ne sia una (e dico una!) che riesca a rispettare e a chiudere in largo anticipo. Non c'è niente da fare: se non mi viene l'ansia, se non sto con l'acqua alla gola, non riesco a carburare e a produrre. Cosa che, indirettamente, si lega a quel problema di concentrazione su cui mi sono soffermato sia in corso di quarantena che dopo.

E dire che ne ho provate tante: suddividere il lavoro in piccoli obiettivi; darsi delle scadenze a breve termine; privarsi di ogni cosa che può rappresentare una potenziale distrazione; promettersi una ricompensa per il lavoro svolto, et cetera, sono cose che mi son sentito dire e consigliare più volte. Niente da fare: per una o due ore riesco a tener testa alla tentazione di fare altro, ma poi, inevitabilmente, ci ricasco. Fino a che, stanco morto, esausto e con una barca di cose da fare, mi ci rimetto, più disperato che motivato, e per il rotto della cuffia riesco a portare a termine il tutto.

Certo è che vorrei riuscire a vivere più serenamente il lavoro, le sue scadenze e i suoi ritmi. A differenza di altre persone, l'esser stato chiuso in casa in quarantena per quasi due mesi non mi ha aiutato affatto a migliorare in questo senso e ora mi ritrovo con una marea di cose da fare, pochissimo tempo per farle e il serio rischio di bucare il termine senza praticamente nulla in mano. Mi piacerebbe viaggiare nel tempo, oltre la scadenza imminente, e vedere se ce l'avrò fatta o meno, e sentire la versione futura di me dirmi: "tranquillo, te la caverai come hai sempre fatto" oppure "stavolta hai sgravato male".

E stavolta non me lo posso proprio permettere.

Er Matassa

mercoledì 25 marzo 2020

Molto working e poco smart. Del lavoro ai tempi del coronavirus

Son trascorse esattamente due settimane dal giorno in cui, a causa dell'emergenza sanitaria COVID-19 e prima ancora che il Governo lo imponesse per decreto, il Professore ha dato disposizioni a tutti i collaboratori affinché lavorassero, per quanto possibile, da remoto (o comunque non si recassero a Studio più di uno alla volta). Per la verità, a me sembra trascorso molto più tempo, ma penso che ciò sia da attribuire all'infinità di ore trascorse a lavorare o a studiare seduto alla scrivania davanti al computer più che alla quarantena in sé.

Che poi, a pensarci bene, a tutto quel tempo toccherebbe fare la tara tra videoconferenze, teleconferenze, attività collaterali e tutta una serie di problemi ai quali uno, quando si trova fisicamente al posto di lavoro, non deve pensare (o quantomeno non deve risolvere...). Ad esempio, chi aveva mai pensato al giorno in cui avrei dovuto confezionare artigianalmente una bozza di carta intestata dello Studio e stamparla con l'antidiluviana stampante di casa, cercando di fare in modo che il risultato fosse pur lontanamente decente? O più in generale alla necessità di dover evadere telematicamente delle pratiche che, con il vecchio cartaceo, avresti sbrigato in quattro e quattr'otto e che ora impieghi cent'anni per portare a termine, tra wifi guasto, password obsolete e indirizzi email non verificati?

Vi sono poi tutta una serie di seccature alle quali è normale andare incontro se si lavora, ma che sono inevitabilmente amplificate nel lavoro "agile" (che poi non ho mai capito che ci trovino gli altri di "agile" nel lavoro da casa - c.d. smartworking, appunto - dato che, per le ragioni esposte, paradossalmente uno si trova a dover lavorare molto di più!).

Occorre, però, una premessa.

Non so voi, ma io ho bisogno di un po' di tempo per riuscire a trovare la giusta concentrazione per lavorare seriamente. Nell'attuale stato di quarantena, questo lasso di lavoro preliminare - che sulla scia delle mie lacunose reminiscenze di fisica del liceo chiamerò "lavoro latente" - include: il caffè, portare fuori il cane, telefonare alla mia ragazza, fare il punto della giornata sulle cose da fare, la mattina far colazione e darmi una lavata e, in generale, liberarmi di tutte le distrazioni e/o tentazioni possibili (ahimè, alle volte anche un po' distraendomi o lasciandomi tentare...!).

Alla luce di ciò, tra l'intenzione di pensare o scrivere qualcosa e mettermici seriamente passano all'incirca un paio d'ore. Senonché, proprio nel momento in cui - per restare in metafora - inizia il "lavoro sensibile", ecco accadere le cose più svariate. Telefonano la segretaria di Studio per informazioni sugli estremi di quella fattura, il Professore per sapere chi deve scrivere quella bozza o, se la scrivi tu, quando pensi di mandargliela e il tuo Collega per problemi informatici o, comunque, di lavoro. I tuoi genitori ti chiedono di trovargli quella ricetta medica o di stampargli quel documento word o di convertirlo in pdf o di mandare quell'email a quella (ti)zia al posto loro. Telefona l'amica Cesira di tua madre, che ci tiene tanto a parlare anche con te perché è tanto che non ti vede. Telefona l'amico tuo, che non vedi da cent'anni e che probabilmente non rivedrai per altrettanti, ma con cui comunque ti senti spesso e ti dispiace dargli buca. Quando realizzi che, così facendo, hai impiegato (almeno!) altre due ore buone, inizi a realizzare che: la giornata ne ha ventiquattro; quelle lavorative sono molte di meno; la maggior parte di queste ultime è andata o andrà in fumo.

Insomma: indipendentemente da come lo si voglia chiamare, il lavoro da casa ("telelavoro", smartworking, lavoro in modalità "agile" o "da remoto") non è affatto una pacchia come immaginavo. Certo, alla fine si riesce più o meno a pranzare e a cenare a orari decenti, perché è escluso in radice il rischio di tirare per le lunghe le consegne della mattina o quello di rimanere a Studio sino alle dieci di sera per chiudere un atto. Certo, in teoria è possibile organizzare la giornata come meglio si crede, cercando di ritagliarsi del tempo da trascorrere con le persone care, per la cura del proprio corpo o per svagare la mente leggendo un buon libro o guardando un film. Il problema, però, è l'esser costretti a fare i conti con la percentuale di "lavoro latente" (nell'accezione che ne ho dato), percentuale che dalla quarantena esce inevitabilmente ingigantita.

Scherzi a parte. Il problema è che alla quarantena non ci siamo allenati, ma ci siamo finiti, e ciò senza un adeguato preavviso, come avviene per ogni pandemia che si rispetti. Le mie sono solo considerazioni personali, ma penso che sia necessario uno sforzo supplementare per riuscire, nel "letargo" della quarantena, a continuare a fare le cose che uno faceva prima e nella stessa maniera in cui le faceva (e forse, così ragionando, le farà anche meglio di prima). Senza trarne, dunque, pregiudizio per sé e per i propri cari, ma cercando di sfruttare al meglio tutti i momenti della giornata. Ogni secondo è prezioso per fare ciò che deve essere fatto: passare del tempo con le persone che amiamo, lavorare, dedicare qualche attimo a noi stessi; non da ultimo, anche per capire che un domani potremmo passare dalla quarantena a un altro letargo dal quale, però, non ci si risveglia. Pur a casa, dunque, ma sempre con le gambe in spalla; così facendo, ne usciremo tutti quanti.

Er Matassa