venerdì 14 maggio 2021

Dentro una pressa

 All'inizio volevo scrivere "con un piede in due scarpe", ma cercando su Internet ho scoperto che ha una connotazione negativa, di persona approfittatrice e arrivista. Poi ho pensato a "con due piedi in una scarpa", ma ho letto che in Sicilia lo usano per dire a qualcuno di starsene composto.


Così, nella speranza di riuscire fuorviante il meno possibile, ho deciso di intitolare il post in questo modo, per cercare di restituire l'idea di sentirmi "dentro una pressa". Le due forze che animano questa pressa - Professione e Università - sono ancora lontane fra loro, beninteso, ma sento, percepisco che gli impegni che ne discendono si stanno accumulando piano piano e che se non faccio qualcosa, mi schiacceranno. E io sto rimanendo inesorabilmente con un bel po' di arretrato...

Certo, rispetto al passato ci sono stati dei miglioramenti. La concentrazione è migliorata, la produttività anche. Ma a volte mi sento un po' come Achille e la Tartaruga del vecchio Zenone: più uno cerca di star dietro alle cose che gli interessano, più ha l'impressione di rimanere indietro. E, allo stesso modo, più queste sono, meno uno riesce a star dietro a tutte quante.

Stasera i miei amici si vedono per uscire. Lo abbiamo fatto anche la settimana scorsa, abbiamo cenato fuori, all'aperto (ché solo all'aperto si può stare nei locali almeno per ora), ma con una fiumana di gente intorno. Altro che distanziamento fra tavoli e mascherine. Oggi, così, ho deciso di passare (tradotto in caso di equivoci: di soprassedere) e di tornarmene a casa, complici anche la pioggia, diverse letture universitarie da ultimare e il mood non proprio da "serata".

Lo stesso mood che mi sentivo un po' ieri sera, dopo essere stato da Amazzone, la mia terapista. Premetto che ogni volta che esco da una terapia con lei sto meglio, eh. Solo che mi sento sempre un po' centrifugato: ché alla fine tutto questo scavarsi dentro mette un po' in subbuglio. A volte mi sento un po' come se stessi tirando fuori dall'armadio roba messa a casaccio e accumulata lì nel corso degli anni e poi cercassi ordinatamente di rimetterla a posto, mettendo da parte gli abiti troppo stretti o troppo rovinati per darli via. È un lavoro che ti fa sentire meglio, ma che fatica...

Così faticoso che ieri sono andato a letto praticamente senza cenare (dico praticamente perché l'unica cosa di cui avevo voglia era qualche pezzo di uova di cioccolato ancora avanzato da Pasqua). E a me in genere l'appetito non manca affatto!

Mi sento, poi, di preferire in questo momento a una serata pur chiassosa e magari allegra un incontro con gli amici a tu per tu, pochi per volta, oltre che per ragioni legate al Covid anche perché è difficile parlare con ognuno di loro e fare discorsi di una qualche serietà quando si è in tanti in un certo contesto. Invece sento di aver bisogno di condividere con qualcuno di loro anche le mie sensazioni riguardo al lavoro, all'università, a come vanno le cose in casa. Anzi, soprattutto a come vanno le cose in casa e alla necessità - che si fa sempre più impellente - di avere un posto mio. O mio e della mia ragazza, Eureka.

Ed è qui che casca l'asino: quale delle due opzioni? Non riesco ancora a decidermi, anche se, parlandone con Amazzone, sono riuscito subito a isolare ciò che sono i veri problemi da quelli - pur presenti, ma ancillari - che una scelta di questo tipo comporta. 

Vedremo. Penso di aver scritto abbastanza e anche di getto. Forse troppo.


Dubitamente

Er Matassa

martedì 11 maggio 2021

Stream of consciousness ovvero non può piovere per sempre (forse)

Scrivo questo post al termine di due giornate lavorative che di lavorativo, ahimè, in realtà hanno avuto ben poco, a causa delle mie scarse capacità di concentrazione.

A volte mi sembra di esser ritornato all'anno scorso, quando i giorni trascorsi in questo modo si rincorrevano uno dopo l'altro finché non ne perdevo il conto. Spesso iniziavo la giornata fiducioso e poi la terminavo senza aver concluso nulla, travolto dagli impegni relativi a cose meno importanti o dalle distrazioni e spesso ancor più stanco rispetto a come mi sarei sentito se quel giorno avessi lavorato alacremente.

Eppure Amazzone (così ribattezzeremo la mia tutor e psicologa) me lo ha già detto più volte. "A te sembra di stare fermo, Matassa; ma in realtà sei cambiato un sacco, hai fatto progressi, anche se piccoli. Ll primo passo è rendersi conto di ciò che accade e non limitarsi a subirlo passivamente e tu lo stai facendo".

Sì, penso, è vero. C'è in me una consapevolezza diversa rispetto a prima, lo ammetto. Ammetto cioè il fatto che niente è destinato ad "andare come deve andare", ma può andare in maniera anche diversa. E in questi ultimi mesi questa "maniera" è stata nettamente migliore rispetto alle mie aspettative e a quello che avevo trascorso sinora, lavorativamente e sentimentalmente. Hai vinto tu, Amazzone. Per questa volta. 


Mentre penso che mi alzerò fiducioso dalla scrivania del mio nuovo ufficio, contento nel frattempo del fatto che la giornata lavorativa terminerà comunque prima di cena e non (come spesso mi accadeva prima) dopo cena o nel cuore della notte indipendentemente dal momento del mio ritorno a casa, guardo la finestra e il temporale che al di fuori imperversa su Roma e che in un pomeriggio ci ha fatto ripiombare nel freddo novembrino, mentre tutti (me compreso) erano ormai convinti di averla sfangata e di esser finalmente in quel periodo dell'anno in cui tra dentro e fuori casa passano almeno dieci gradi di differenza, all'interno geli e al di fuori muori di caldo. E invece.

Chissà, forse è anche la malinconia suscitata dal repentino grigiore imperante che mi ha fatto venire questo fastidioso mal di testa. Grigiore che stona con la giornata di ieri, nella quale per un attimo ho quasi avuto la sensazione di ritrovarmi nell'afa agostana che conoscono bene i romani che restano nella capitale ad agosto. Ma stona anche con lo scorso fine settimana, in cui io ed Eureka, la mia ragazza, siamo riusciti a ritagliarci un weekend tutto per noi per festeggiare il nostro anniversario.

Le giornate trascorrono, gli impegni si accavallano, le cose mi sfuggono. Ma stavolta c'è anche la sensazione che in qualche modo, stringendo i denti e le redini, io riesca a star dietro a loro. Quantomeno a quelle più importanti per me.


Ottimisticamente (chi lo avrebbe mai detto...)

Er Matassa

martedì 4 maggio 2021

Con tanti auguri...

...ma senza troppi complimenti, verrebbe da dire.

Sei sempre stato un tipo estroverso, zuzzurellone, estroso, socievole. Non nego, poi, che tu sia sempre affettuoso, propositivo e con una parola di ottimismo pronta all'occorrenza a fronteggiare il mio pessimismo cosmico. Riesci simpatico alle persone, probabilmente perché spesso si limitano a conoscerti superficialmente.

Questo sei tu, caro papà. A tuo modo mi vuoi bene e io, da parte mia, mentirei se dicessi che non te ne volessi. Perché te ne voglio anche tanto.

Una cosa che ti è sempre mancata, però, è il tatto.

Così, caro papà, prima di decidere di punto in bianco di dimezzare l'assegno di mantenimento ("che tanto ora sei in prova in questo nuovo posto, no? Fino a dopo l'estate, giusto? Bene, poi vediamo quando finisce la prova, casomai se va male ritorniamo a com'era prima, d'accordo?"), ma soprattutto prima di mettermi davanti al fatto compiuto di averlo già deciso (e fatto), avresti potuto, che so, condividere il tuo intento con me. Chiedermi che ne pensavo, ragionare a quattr'occhi -  certo, per quanto possibile lo sarebbe stato adesso, visto che non ci vediamo di persona da un anno perché tu vivi nel neanche troppo lontano Nord dell'Italia - magari mi sarei fatto persuaso del fatto che, sì, adesso un taglio ce lo si può dare, perché in fondo ho cercato e trovato un lavoro, proprio come desideravi e mi chiedevi incessantemente ogni volta che mi chiamavi.

Certo, proprio adesso, che sono tormentato dall'incertezza se - nel fare il grande salto e andare a vivere da solo - sia meglio andarmene per conto mio oppure direttamente insieme alla mia ragazza, dunque in un momento in cui avrei avuto necessità di un maggior sostegno economico, avrei forse non condiviso, ma compreso di più le ragioni del tuo gesto, se me ne avessi messo a parte prima.

Un tempismo perfetto, caro papà, non c'è che dire: perfetto come il pugno nello stomaco che mi hai appena assestato.


Instabilmente

Er Matassa

venerdì 30 aprile 2021

Contro lo stigma sulla psicoterapia (con una breve premessa)

Come ho scritto qualche tempo fa, spesso in passato ho avuto il desiderio di aprire un blog anonimo e di mettere nero su bianco tutto ciò che mi passava per la testa in assoluta libertà, senza il timore dovuto al fatto che lo potessero leggere amici, familiari, colleghi, conoscenti e via dicendo. 

Un blog come questo su cui sto scrivendo, insomma, che non sponsorizzo e del quale non parlo con persone che mi conoscono, che pur potrebbero venirne a conoscenza per fatti indipendenti dalla mia volontà. Si tratta, però, di un rischio di cui devo essere consapevole: ché non tutto quello buttato in pasto all'Internet finisce nel dimenticatoio o, comunque, nelle mani di lettori che ci conoscono esclusivamente tramite la rete. Ciò che scrivo qui, ciò che ognuno di noi scrive sul web, è in fondo la proiezione di tutto ciò che gli accade nel mondo reale e che, anzi, sul mondo reale, in ultima analisi, potrebbe pur sempre avere degli effetti.

Detto ciò, mi sono reso conto che, per quanto io possa sentirmi più sicuro dietro lo schermo dell'anonimato, ci sono alcune cose che faccio comunque fatica a condividere. Che si tratti di eventi che mi sono accaduti nel corso della giornata o di riflessioni - spesso scaturite da questi - sui "massimi sistemi", mi sembra, nell'affrontarli qui, di mettermi magari eccessivamente a nudo e preferisco, allora, tenerli per me.

Da qui una prima considerazione (per molti forse scontata) per la quale l'anonimato, in realtà, è pur sempre relativo, perché dipende costantemente dalla nostra volontà di condividere le cose. In altre parole, se lo schermo dell'anonimato ci mette al riparo da certe conseguenze, siamo noi a decidere in ogni momento il confine tra cosa vogliamo mettere in comune e cosa no. Se non accettiamo questa premessa, per noi non basterebbero uno, dieci, cento blog anonimi, ciascuno chiuso dentro l'altro, come in una matrioska russa, nel quale decidiamo gradualmente, spazio dopo spazio, di scavare sempre più nelle profondità di noi stessi; ci sarà sempre qualcosa che avremmo qualche remora a condividere, per la quale l'ennesima barriera dell'anonimato non basterebbe.


Fatta questa premessa e acquisita consapevolezza del fatto che il limite tra ciò che - foss'anche nei confronti di sconosciuti - decidiamo di condividere e cosa no è sempre rimesso alla nostra sensibilità, ho deciso di scrivere, adesso, di qualche cosa di più, perché forse ne vale la pena.

Nell'ultimo post ho scritto di aver iniziato un percorso di introspezione. Questo percorso si chiama psicoterapia. Ho capito che ne avevo bisogno dopo averne parlato con molte persone a me vicine, che mi vedevano star molto male per qualcosa che neanch'io sapevo ben spiegare.

Non è stata affatto una decisione facile. Confesso che avevo molte, davvero troppe incertezze, dettate in parte forse anche dallo stigma sociale che affligge questo tipo di pratica e che ci induce a considerare deboli (o "complessate", come anche si suole dire) le persone che decidono di rivolgersi a degli specialisti del campo. La decisione è maturata dentro di me nel corso di diversi mesi, al termine dei quali sono giunto alla considerazione che, perché no, visto che peggio di così non poteva andare, valeva la pena di fare un tentativo.

Ora sto molto meglio.

Lungi da me voler tentare qualsiasi tipo di spiegazione tecnica o scientifica, sia chiaro: l'Internet è un luogo sin troppo ricco di informazioni, scritte da professionisti con piena cognizione di causa e che sanno descrivere assai meglio di me i benefici cui questo percorso conduce (qui e qui un esempio). Tenevo solamente a dire a chi - come me in passato - si sente costantemente stanco, insoddisfatto del lavoro, delle proprie relazioni o della vita in generale che quello è il segnale che ci si sta avvicinando al burnout personale. E a chi è in dubbio se rivolgersi o meno a uno psicoterapeuta consiglio senz'altro di farlo subito.

Io sto ancora praticando questo percorso, ma ho imparato e continuo a imparare tante cose. Ne scrivo qui alcune, le prime che mi passano per la mente.

Che nessuno di noi è in qualche modo "condannato" a sentirsi per sempre così come vive un determinato momento della sua vita. 

Che ogni piccolo cambiamento - anche solo il rendersi conto che in te e negli altri avvengono certi meccanismi e saperli "fotografare" - è un successo.

Che è vero che non si cambia dall'oggi al domani, ma è altrettanto vero che niente è dato per sempre e conta veramente ciò che facciamo qui e ora.

Che è giusto sentirsi responsabile non di tutto quello che succede, ma solo di ciò che è in nostro potere cambiare.

Che è giusto darci la possibilità di accettare che certe cose, in un determinato momento, non sappiamo farle perfettamente o non sappiamo farle e basta. Che possiamo accontentarci di come le sappiamo fare in quel momento. Che dobbiamo darmi il permesso di sbagliare e di non essere perfetti. È questa l'arma vincente in una società che ci vuole sempre più pronti, perfetti e perfezionisti, insieme alla spontaneità e la consapevolezza che, domani, andrà meglio.

Ecco, ho condiviso un po' più di me con chi - casualmente o periodicamente - si trova a passare da queste parti. Nel far questo, però - e nella speranza, magari, di riuscire ad aiutare qualcun altro - mi sento contento. E manco poco.

Spontaneamente

Er Matassa

domenica 25 aprile 2021

Un anno dopo

Ricordo aprile dell'anno scorso come un periodo terribile.

Dentro casa eravamo tutti (io, mia madre e il suo compagno) preda dell'esasperazione, costretti all'alternativa tra le quattro mura e il viaggio al supermercato. Di andare a spasso nel parco del quartiere, ovviamente, non se ne parlava: il quattro zampe di casa ci ha lasciato proprio alla vigilia del 25 aprile dell'anno scorso e l'atmosfera dettata dalla sua sofferenza non faceva che peggiorare le cose. Sembra ieri, eppure è già trascorso un anno. Impossibilitato a recarmi fisicamente a lavoro, la concentrazione che mi serviva per badare alle relative faccende era pari a zero e l'importante scadenza del dottorato, che si appropinquava sul fronte universitario, non faceva altro che mettermi ansia, nonostante fosse stata prorogata. Tutto ciò si ripercuoteva sulla relazione tra me ed Eureka, la mia ragazza (ho deciso credo qualche post fa di rinominarla così su questo spazio, perché spesso e volentieri ha idee geniali che salvano la giornata/la pagnotta/inserire variabile a piacere), costretti a sentirci per telefono o in videochiamata. Non un abbraccio, non un bacio, non una carezza, niente di niente. Anche le voci degli amici, al telefono, sembravano più metalliche e distanti e il sollievo che erano in grado di dare era assai poco.

Avrei dovuto aspettare l'inizio di maggio e la (sempre parziale) fine della prima ondata per tornare a lavoro e ritrovare un barlume di forza e volontà per concentrarmi. Avrei dovuto aspettare la fine di quel mese per sentirmi dire che, a causa delle condizioni ambientali, sul lavoro non ero e non facevo abbastanza. Infine, avrei dovuto aspettare l'inizio di giugno per prendere la decisione di allontanarmi definitivamente e dedicarmi a tempo pieno alla scrittura (o quasi, ché ovviamente vallo a dire al tutor di dottorato e al suo umore ballerino che vorresti dedicarti solo alla scrittura della tesi perché sei nella merda più totale e non puoi dedicarti a esami, lezioni, ricevimento, lavoro su progetti di contorno e su articoli commissionati da lui et similia).


Oggi ho un nuovo lavoro,  con un piede (ma chissà per quanto) ancora nell'università e ritmi di vita e abitudini in parte diversi rispetto a quelli di un anno fa, certo, forse meno flessibili, ma di sicuro più umanamente sopportabili. Ho iniziato anche un percorso di introspezione e questo mi ha portato a compiere scelte che forse mai avrei preso in considerazione tempo addietro. Sì, a volte mi sento un po' quello di sempre, e in effetti ovviamente sono sempre io, Er Matassa, non un'altra persona, ma in molte piccole cose (che poi, data la loro somma, tanto piccole non si rivelano) mi sento cresciuto, cambiato, più consapevole dei limiti e delle potenzialità miei e degli altri. Ho imparato a dire "no" a certe pretese altrui e a dedicare del tempo a me.

In un anno tante cose son cambiate e credo di poter dire che nell'anno a venire ne cambieranno molte altre. Intanto, però, osservo quanto sin qui percorso e me ne accontento.

Osservatamente

Er Matassa