sabato 26 dicembre 2020

Di sovrapposizioni e di connessioni


Bene, cerco un po' di riprendere le fila del discorso (dei plurimi discorsi, in realtà) cui avevo appena accennato  nel post precedente.

La vis procrastinatoria, vera e propria croce e delizia dell'anima mia, ha fatto sì che la scadenza importante alla quale stavo lavorando (che non era la scadenza formale, da me già bucata, bensì quella "sostanziale", dettata dalla mia legge interiore) si incrociasse con il periodo in cui una cara persona in famiglia era sottoposta a un delicato intervento chirurgico in ospedale.

Naturalmente, se avessi rispettato la scadenza che mi era stata esternamente imposta, non si sarebbe posto alcun problema di sovrapposizione: #einvece così non è stato. Ragion per cui continuo a fare le spese di quel detto per il quale non bisogna rimandare a domani quello che puoi fare oggi, del quale Hemingway aveva ben inteso l'essenza, come ben ricordato, da ultimo, da alcuni compagni di "viaggio".

Agli interventi chirurgici al tempo del COVID-19 andrebbe di certo dedicato un intero post del blog. Però, oltre a non averne il tempo, non dispongo nemmeno delle conoscenze adatte a descrivere specificamente le caratteristiche di certe realtà. Quel che qui mi preme sottolineare è che oggigiorno, per motivi sanitari del tutto comprensibili, ai parenti di una persona ricoverata è impossibile accedere al relativo reparto, ma devono limitarsi ad attenderla fuori. Così è stato, ovviamente, anche il giorno dell'intervento, in cui siamo riusciti a scambiare qualche parola solamente nel tragitto tra reparto e sala operatoria, durante il quale siamo stati scortati dal portantino.

Così, le parole di conforto che ci si aspetta dai propri cari sono state costrette, prima e dopo l'intervento e per tutta la durata della degenza ospedaliera, all'interno di chiamate e videochiamate, a loro volta vittima delle connessioni dati, sovente non stabili, dei nostri smartphone. L'unica cosa positiva è che, proprio a questo proposito, sono riuscito finalmente nel mio intento di insegnare a fare le videochiamate sia a chi era costretto dentro l'ospedale, sia a chi ne era fuori. "L'occasione", si dice, "fa ch'io ti inquadro". 

L'intervento, fortunatamente, è andato molto bene. Molto meno bene, invece, è stato lo spirito che le circostanze hanno impresso alla convalescenza, a causa della scomparsa di un'altra persona, sempre di famiglia, e dell'impossibilità oggettiva di presenziare al funerale di quest'ultima da parte della persona ricoverata. Nel mentre c'ero io, che facevo la spola tra casa, ospedale e, poi, casa della persona defunta e funerale, a portare i saluti di entrambi. E c'era anche il lavoro da portare a termine: vi lascio immaginare, però, in che condizioni.

Come a Dio è piaciuto, alla fine la persona ricoverata è uscita dall'ospedale, ho ripreso a scrivere con più determinazione e costanza e il lavoro è stato portato a termine. Così come è stata portata a termine anche la presentazione del medesimo. Anche qui, però, come presto scriverò, ne sono accadute delle belle, ma del resto il mondo è bello proprio perché non ci si annoia mai... E penso che - ragionando in prospettiva positiva - sarà quello che continuerò a ripetermi.

Inaspettatamente,

Er Matassa



mercoledì 23 dicembre 2020

Post interlocutorio

 Solo per brevemente dire, ove mai qualche internauta fosse interessato, che:

- sono (ancora) vivo e vegeto (forse più vegeto che vivo);

- è stato un periodo tremendamente denso di avvenimenti - previsti e non, tristi o meno, certo, ma tutti, tutto sommato, importanti;

- com'era prevedibile, ho sforato il termine per portare a termine il lavoro al quale, tra alti e bassi, mi stavo dedicando da tempo;

- ciononostante, sono riuscito, come si suol dire, a "metterci una pezza" e l'esito è stato, in una certa misura (che comunque non mi ha soddisfatto), positivo;

- ho preso, in questo lasso di tempo, (alcune) decisioni rilevanti;

- (almeno) altrettante me ne restano da qui all'anno venturo e oltre;

- se qualcuno, sulla scorta del post precedente, si fosse chiesto se già mi sono comprato un'agendina, la risposta è la seguente: no, non l'ho ancora fatto e - rivoluzionariamente, in un certo senso - temo che quest'anno non lo farò.

Con la speranza di tornare presto a scrivere in maniera più distesa, saluto

Interlocutoriamente

Er Matassa

domenica 1 novembre 2020

Un sandwich per agenda

Leggendo un recente post di Paola S., nel quale fanno la propria comparsa l'agendina dell'Autrice e il suo contenuto, ho pensato all'omologo taccuino del quale sono proprietario e che potrei chiamare, per i motivi che vedremo fra poco, "agenda sandwich".

Un chiarimento si rende necessario: nonostante non sappia rimanere indifferente a qualsiasi bontà gastronomica mi si pari innanzi - ivi inclusi i panini zozzi, con buona pace dei puristi della forchetta - il nome non ha nulla a che vedere con panini, hamburger et similia, ma attiene al contenuto e, anzi, all'aspetto che inevitabilmente assume la mia agendina al termine di ogni anno solare.

Della mia agendina cartacea, infatti, faccio gli utilizzi più vari (in termini di spazio e di impegni ivi annotati). Come sempre, la compro a fine anno per l'anno successivo e l'andamento del suo utilizzo può suddividersi, diciamo così, in tre fasi (o "strati", per restare in metafora).

A inizio anno compilo l'agendina e la utilizzo per segnarci soprattutto impegni di lavoro e appuntamenti.

Verso metà anno mi scordo di possedere un'agendina e mi segno le cose, magari, su Outlook e Google Calendar, applicazioni che spesso (e purtroppo!) ho direttamente a portata di mano, ossia sul cellulare o su desktop.

Verso il finire dell'anno - più o meno in questo periodo - riesumo l'agendina, stavolta, oltre agli impegni, inserendovi principalmente pensieri miei, libri letti e da leggere, film da vedere e frasi che mi hanno colpito.

Certo, potrei anche pensare che questa successione incarni una sorte di hegeliana triade dello spirito, nella quale sono raffigurati gli impegni, il rifiuto di essi e la sintesi tra questi due momenti. Di gran lunga, però, preferisco paragonare la mia agendina a una sorta di "panino" e pensare che, alla fine dell'anno, essa assomigli a una specie di sandwich "rovesciato", sol che se ne osservino i bordi delle pagine: usurate dall'utilizzo e scurite dall'inchiostro ai margini, limpide e ben delineate nel mezzo.

E proprio come quel che promette ogni anno di mettersi a dieta, ma continua inesorabilmente a posticipare il lunedì in cui essa avrà inizio, così alla fine di ogni anno, nonostante mi riprometta di non comprare l'agendina cartacea, finisco inevitabilmente con l'acquistarla, vendendo me stesso alla carta stampata, pur sapendo dentro di me che non potrà sfuggire alla regola del sandwich.

Affamatamente

Er Matassa




martedì 20 ottobre 2020

Anonimi e no

Prima di scrivere qui ho avuto un altro blog, sempre ospite di Blogger.

Si trattava di un passatempo nato quasi per gioco e vissuto nell'arco di circa sette anni, nel corso dei quali si era venuto a creare un legame - piacevole perché dialogico, insolito perché virtuale - con alcuni lettori. Si trattava, spesso e volentieri, di altri blogger, molti dei quali mi leggevano mentre mi trovavo a studiare all'estero, incuriositi dalle mie descrizioni di abitudini e costumi stranieri.

L'assenza di progettualità e il desiderio di interlocutori (ma probabilmente soprattutto quest'ultimo) erano tali che non avevo fatto mistero di chi fossi, di dove vivessi, di quale Università frequentassi; di quali fossero i miei hobby, i miei gusti, i miei progetti per il futuro. In un post dopo l'altro, tessera dopo tessera, era restituito al lettore attento l'esatto mosaico della mia identità. 

Lanciato il sasso, è stato impossibile nascondere la mano.

Una volta laureato, complici il lavoro e le amicizie dei colleghi anche sui social, ho iniziato a sentirmi "inibito", in un certo senso, in quello che scrivevo o, comunque, schiacciato dal fatto di doverne eventualmente rendere conto a qualcuno. Silenziosamente, dunque, ho chiuso bottega, pur continuando a seguire alcuni amici di tastiera in anonimo.

Proprio sull'anonimato mi vorrei soffermare un secondo.



Che il blog precedente non facesse mistero della mia identità l'ho già detto chiaramente. Nondimeno, di me non parlavo una tantum, ma poco a poco e progressivamente, a seconda di quanto mi trovavo a scrivere in un determinato momento. Di modo che, mentre all'inizio avrei potuto decidere, in teoria, se mantenere un "basso profilo" o meno, alla fine mi son trovato a imboccare la seconda strada. La cancellazione del blog ha portato con sé anche quella di molti post ai quali ero affezionato e che purtroppo, per l'andamento che avevano preso le pubblicazioni, era impossibile mantenere online.

Recentemente mi sono trovato innanzi un problema analogo. Su un noto social network avevo un profilo che lasciava intendere qualcosa di me, ma non tutto, in un limbo tra pubblicità e anonimato nel quale, anche nel vecchio blog, all'inizio mi sono crogiolato.

Alla luce dell'esperienza pregressa ho deciso, però, di prendere una direzione nettamente diversa, nel tentativo di distinguere chiaramente ciò che è destinato a rimanere anonimo da ciò che non lo è.

Anzitutto, ho arricchito dei dati mancanti il profilo esistente, rendendolo a tutti gli effetti riconoscibile e a me riconducibile. In secondo luogo, ho creato un secondo profilo anonimo, dedicato a riflessioni che, come questa, legano un più ampio respiro al fatto di poter rimanere parzialmente nell'ombra.

Spero in questo modo di riuscire a salvare ogni pensiero, sia quelli pubblicabili (per così dire) senza veli, sia quelli che, paradossalmente, meritano proprio di esser velati per esser compresi più in profondità.


Velatamente

Er Matassa





giovedì 15 ottobre 2020

Il matrimonio ai tempi del COVID-19

Come anticipato nello scorso post, l'ultima settimana di settembre io e i miei amici siamo stati in trasferta nel (profondo ma non troppo) Sud, in un paesino della Campania (d'ora in poi: il Paesino), ove la mia migliore amica sarebbe convolata a nozze con il ragazzo dopo più di dieci anni di vita assieme: io, assieme a una loro amica, avrei fatto da testimone. Assolutamente vietato, dunque, arrivare in ritardo!

Un matrimonio, pertanto, contrassegnato da due caratteristiche fondamentali, una positiva, l'altra negativa. La positiva è che ci dava l'occasione per una bella gita fuori porta e fuori dal contesto romano. La negativa è che la celebrazione si sarebbe, comunque, svolta in tempo di Coronavirus, cosa che imponeva a tutti, celebranti e partecipanti, sposi e testimoni, invitati e invitanti, il rispetto delle norme di sicurezza statali e regionali volte a prevenire il contagio e la diffusione del virus. Cosa che, prima di tutto, si sostanziava l'utilizzo pressoché sempiterno della mascherina, dalla quale praticamente non ci siamo mai separati. 

Per fortuna mia madre mi ha prestato la sua macchina per la tratta, ché il radiatore della mia, manco a farlo apposta, la settimana prima aveva dato problemi... Così, dopo esserci visti a Termini la mattina di buon'ora, con la mia ragazza e due nostri amici siamo partiti alla volta del Paesino, pronti ad affrontare quattro ore di viaggio.

Prima tappa: Autogrill poco dopo aver lasciato Roma, per incontrarci con le altre due macchine di amici che si erano messe in viaggio il giorno stesso. Tutti bardati e "mascherinati" all'interno della stazione di ristorazione, ci siamo salutati abbastanza rapidamente tra un cornetto e un caffè. Solo il giorno dopo avremmo scoperto che la fretta di alcuni di loro di ripartire al volo era motivata dalla necessità di accaparrarsi alcune stanze da letto doppie a scapito di altri, costretti a dormire in triple, ma poco sarebbe importato per noi dove, quando e con chi dormire, desiderosi soltanto di festeggiare le nozze della nostra amica. Il viaggio, dunque, è proseguito piacevolmente tra chiacchiere in macchina, parole rigorosamente filtrate attraverso le mascherine, e playlist musicali. Qualcuno ha anche sonnecchiato (non io, ché - ovviamente - guidavo!).

Arrivati allo svincolo dell'autostrada, siamo usciti e - galeotto fu il navigatore di Google Maps - ci siamo ritrovati in una serie di stradine nelle quali la macchina passava a stento, costretti a dover scalare ponticelli dalla dubbia tenuta e percorrendo sentieri tracciati sul ciglio di canali mai messi in sicurezza. Tra risate nervose e preghiere sincere, occhiali appannati da mascherine e frenetiche telefonate, siamo riusciti a uscirne e ad arrivare intorno all'ora di pranzo a casa dello sposo, dove ci aspettavano dei succulenti (e non lo dico ironicamente!) panini per placare la fame che nel frattempo si era fatta sentire.

Subito dopo ciascuno è andato nelle proprie stanze. Praticamente io e la mia ragazza non abbiamo avuto nemmeno il tempo di entrare che già si era fatto tardi: niente riposino (come invece avevo sperato, essendo stato costretto a lavorare sino a notte fonda e a guidare in autostrada per quattro ore). Mi vesto, dunque, come si confà a un matrimonio, elegante ma con qualche accessorio vintage, come avevano chiesto gli sposi (in realtà era - ed è - lo sposo quello davvero fissato con queste cose): dei gemelli particolari e una cravatta un po' stravagante (quest'ultima è stata un po' una scommessa, fortunatamente però è riuscita bene!).

Corsi a far le foto con gli sposi, ci siamo poi ritrovati tutti in uno dei palazzi comunali del Paesino, con la mascherina sul viso, ad aspettare l'arrivo della sposa accompagnata dal papà. Confesso che la mancanza di ossigeno e l'essere, quale testimone, lì davanti a tutti assieme alla mia amica l'hanno fatta un po' da padrone e mi sono un po' emozionato. È stata una cerimonia semplice ma intensa, officiata dal migliore amico dello sposo, il quale ha offerto a tutti un breve discorso, ironico e affettuoso, prima della lettura dell'atto di matrimonio, dei pertinenti articoli del codice civile e della sottoscrizione del tutto da parte di sposi e testimoni.

Nemmeno il tempo di realizzare che tutto si era compiuto, che siamo stati trascinati - io e l'altra testimone - a fare le foto con gli sposi nei pressi di una rinomata attrazione turistica e culturale nei paraggi. Che ingenuo, e io che credevo che le foto se li facessero solo gli sposi! #Einvece ci siamo ritrovati - sempre io e l'altra testimone - a sorreggere la sposa, mentre si sollevava il vestito nel tentativo - incerto e maldestro - di camminare su sampietrini bagnati alla volta di scalinate sulle quali essere fotografata insieme allo sposo!

Già, perché le nuvole, sino a quel momento clementi con noi, hanno iniziato sul far della sera a far sentire il proprio brusio. Quest'ultimo sarebbe sfociato in un bellissimo temporale il giorno successivo, che ci ha costretto ad attendere in coda la riparazione di alcuni caselli in autostrada guastatisi a causa della pioggia, oltre che a procedere a passo d'uomo e a sostare per alcuni minuti a bordo della carreggiata nei momenti in cui le bombe d'acqua si facevano più intense. Tutto ciò, però, era ancora in nuce il giorno del matrimonio, sicché l'ardore e la gioia della celebrazione e del successivo ricevimento non sono stati benché minimamente smorzati dal brutto tempo incipiente.

Scattate le foto, siamo rientrati tutti - sposi e testimoni - nel ristorante dove nel frattempo si era tenuto l'aperitivo e dove si sarebbe svolto il seguito della celebrazione. Altra scoperta dei matrimoni del Sud: i testimoni siedono al tavolo con gli sposi (e chi se lo immaginava!). Anche noi testimoni, dunque, da un lato eravamo tenuti come gli sposi a fare la spola tra un tavolo e l'altro di amici e, con la scusa di assicurarci che tutti stessero bene, provavamo a "ravvivare" i tavoli più smorti e "calmare" quelli più irrequieti; dall'altro, abbiamo potuto beneficiare della sovrabbondanza di cibo e vino al nostro tavolo, dei quali siamo stati più volte gentilmente riforniti dai camerieri. Il mio proposito di dimagrire è stato automaticamente traslato al lunedì (della settimana dopo quella successiva al matrimonio, beninteso). 

Il ricevimento è andato avanti sino alle 3 di notte, tra vagonate di cibo e bevande, lanterne cinesi accese, raramente partite alla volta del cielo e più spesso spente in fretta e furia, laddove precipitate rovinosamente a terra; camicie e vestiti irrimediabilmente tinti di vino rosso; invitati che non tenevano più il conto delle portate; danze a ritmo di musica, seppur rigorosamente distanziati e "mascherinati". Un turbinio di momenti felici, alcuni dei quali frenetici, altri più tranquilli; alcuni sobri e formali, altri più sconvenienti e imbarazzanti; alcuni immortalati con foto e video, altri di cui abbiamo solo memoria. Momenti, insomma, di cui abbiamo parlato e parleremo - immagino e spero - senza esserne mai stanchi.

L'ultima chicca: una volta rientrati nella Capitale dopo più di cinque ore di viaggio a causa delle condizioni di mal tempo, alcuni giorni dopo il matrimonio il Presidente della Regione Campania ha vietato la celebrazione di matrimoni con più di 20 partecipanti e intensifica le misure sanitarie e di sicurezza in considerazione dell'andamento della situazione epidemiologica.

Chissà se la mia migliore amica, le cui doti organizzative e preparatorie sono assai risapute, aveva previsto anche questo...

Felicemente e contentamente

Er Matassa