martedì 9 febbraio 2021

Due contro uno

Confesso che non è da me ricorrere a metafore calcistiche.
Ma quando ci vuole...

"A colui che attende giunge ciò che attendeva, ma a chi spera capita ciò che non sperava".

Ci risiamo, a quanto pare, con la citazione di D'Avenia che tempo addietro menzionai in circostanze un po' particolari e al di fuori dall'ordinario: allora, infatti, avrei dovuto lasciare a breve il mio lavoro. Le stesse parole mi sono rivenute in mente oggi quando, specularmente rispetto a quanto allora accaduto, proprio per trovare lavoro avevo invece un colloquio. Momenti, dunque, di crisi, nel senso più profondo ed etimologico del termine.

La circostanza straordinaria non sta tanto nel fatto che il colloquio, a mio parere, sia andato bene (anche se ne dovranno seguire altri e con persone ben più esperte o, se così si può dire, "toste"), bensì in quello per cui su altri fronti, nella stessa giornata, è sembrata aprirsi anche la possibilità di una collaborazione universitaria. Ovviamente non v'è nulla di sicuro al cento per cento, ma mi sento di poter dire che se in passato ho avuto l'impressione di prendere delle porte in faccia, quella di oggi è di esser passato indenne attraverso più di un portone.

Certo, se tutto (proprio tutto) andasse bene, mi ritroverò a dovermi giostrare tra due diverse attività. In fondo, però, non è quello che ho sempre fatto sinora?

Tutto bene, dunque? No.

Eccolo, infatti, il "contro uno". La mia migliore amica , a mio parere, si sta mettendo in un bel pasticcio, ma per una serie di cose (incluso un mio interesse nella vicenda) è impossibile parlarle con quella franchezza che sempre ha contraddistinto il nostro rapporto. La cosa mi turba non poco e spero di riuscire presto a trovare una soluzione.

Nel frattempo, però, almeno per stanotte e domani cercherò di concentrarmi su quanto di positivo mi ha regalato questa bella giornata. E di smarcarmi da quell'"uno" che mi dà il tormento.


Speranzosamente, alla prossima

Er Matassa



lunedì 8 febbraio 2021

Cinque anni fa

Sono trascorsi cinque anni.

E dire che, nel frattempo, ne ho fatte di esperienze: simili, sì, ma mai identiche. Si è trattato per lo più di prove di verifica della conoscenza, che constavano, spesso e volentieri, di una fase scritta e di una orale.

Così è stato, per esempio, nel caso dei tentativi per essere ammesso ai corsi di dottorato. O di quelli per l'abilitazione all'esercizio della professione. Lì, però, è un tipo di sapienza affatto particolare a esser saggiato: esso, certo, non può prescindere dalle conoscenze scientifiche della persona, ma in qualche modo le prime trascendono la seconda, non foss'altro, ad esempio, per la simultaneità e contestualità dei momenti di esperimento delle prove (rispetto agli altri candidati) o per i luoghi in cui essi si svolgono... Giusto per elencare alcuni elementi secondo me determinanti, anche se pur sempre secondari.

Ma soprattutto, in quei momenti non ci si trova mai faccia a faccia con qualcuno che, invece di leggere o ascoltare quanto hai da dire, ti sta scrutando dentro per capire cosa tu stia pensando veramente

Ricordo bene, invece, quegli altri momenti: i colloqui di lavoro.

A monte di tante email inviate v'era il tempo speso per scrivere lettere di presentazione, per compilare curricula scegliendo tra conoscenze ("secondo te posso omettere il voto di maturità?" o "non devo scriverci che ho fatto quest'esame tre volte, vero?") ed esperienze ("questo stage all'impresa di unicorni rosa che dici, lo tolgo o lo lascio?" o "secondo te gli interessa se ho vissuto sei mesi all'estero a Nonmiricordocomesiscrivelandia?"), più o meno pertinenti, da valorizzare, cercando di mediare tra descrizione esaustiva e sintesi efficace delle medesime.

A valle di tante email inviate c'era l'incontro, deputato a una prima scrematura, con un professionista - spesso un membro junior della squadra - dal cui parere dipendeva la tua scalata verso il match con il capo/campione del ring di turno. Se uno riusciva a rimanere abbastanza lucido, capiva che i discorsi che si era preparato -  le risposte alle domande più temute, gli approfondimenti su quel particolare quesito che avrebbe potuto essere oggetto della discussione, i confronti con le opportunità di altri potenziali datori di lavoro per fare la tara a quel che effettivamente vi era sul piatto della bilancia - sarebbero stati tutti inutili. Ché quel che conta, ora come allora, è che uno faccia una buona impressione in quel momento, davanti a quella persona. Punto. E sapere che, a tal fine, si userà qualsiasi cosa baleni per la testa nel preciso frangente in cui può sembrarci utile.

Sono trascorsi cinque anni dall'ultimo colloquio di lavoro e domani toccherà rispolverarsi le maniche e far sfoggia del sorriso migliore e della faccia tosta più convincente che ci sia.

Scaramanticamente

Er Matassa

Dipendesse da me, cercherei lavoro così


domenica 31 gennaio 2021

La fine di gennaio (ma non di tutto il resto)

 

Io e i miei rapporti con l'agenda

Gennaio è ormai finito...

...e in questo mese, qui sopra, io non ho proprio scritto niente!

E dire che ne avrei di cose da raccontare, oltre quelle cui ho accennato prima di scrivere l'ultimo post dell'anno scorso.

Come rimediare, allora?

Da un lato, proprio non mi va di farla passare liscia a gennaio. Di fare in modo che se ne vada quatto quatto senza che io abbia scritto nulla.

D'altro lato, però, vista l'ora tarda e gli impegni da portare a termine (su cui sono ovviamente in ritardo, nonostante debba ammettere che la gestione dell'agenda sia leggermente migliorata), ecco che mi ritrovo anche qui a dovermi necessariamente ridurre a qualche accenno.

Una cosa che mi piacerebbe molto, ad esempio, sarebbe quella di trovare un lavoro vero. Ché diciamocelo: la vita accademica è bella, se hai le spalle economicamente coperte, tanto (tantissimo) tempo da investirci gratis et amore Dei prima di ricevere qualche riconoscimento economico e se ti piace veramente.

Diciamo che, nel mio caso, delle tre condizioni che ho appena menzionato sussiste solo l'ultima (e non ne sarei neanche così sicuro, ché anche sul "veramente", ogni tanto, vacillo!).

Quindi, per ora, in mancanza di meglio, sono costretto ad accontentarmi della mia "ultima vita di sempre" (sembra un ossimoro, vero? Infatti lo è!).

Mi barcameno, dunque, tra esami, ricevimenti, collaborazioni, convegni, riunioni. Tutto, ovviamente, senza il becco di un quattr science for science's sake, parafrasando Wilde. Aspettando quello che verrà, se verrà e quando verrà.

Con la promessa (anzi: la speranza, da buon marinaio) di tornare a scrivere su questi schermi presto, periodicamente, esaurientemente.

Per ora, mi trovo costretto a salutare: tardi, temporaneamente e sommariamente, ma con affetto.

Er Matassa

sabato 26 dicembre 2020

Di sovrapposizioni e di connessioni


Bene, cerco un po' di riprendere le fila del discorso (dei plurimi discorsi, in realtà) cui avevo appena accennato  nel post precedente.

La vis procrastinatoria, vera e propria croce e delizia dell'anima mia, ha fatto sì che la scadenza importante alla quale stavo lavorando (che non era la scadenza formale, da me già bucata, bensì quella "sostanziale", dettata dalla mia legge interiore) si incrociasse con il periodo in cui una cara persona in famiglia era sottoposta a un delicato intervento chirurgico in ospedale.

Naturalmente, se avessi rispettato la scadenza che mi era stata esternamente imposta, non si sarebbe posto alcun problema di sovrapposizione: #einvece così non è stato. Ragion per cui continuo a fare le spese di quel detto per il quale non bisogna rimandare a domani quello che puoi fare oggi, del quale Hemingway aveva ben inteso l'essenza, come ben ricordato, da ultimo, da alcuni compagni di "viaggio".

Agli interventi chirurgici al tempo del COVID-19 andrebbe di certo dedicato un intero post del blog. Però, oltre a non averne il tempo, non dispongo nemmeno delle conoscenze adatte a descrivere specificamente le caratteristiche di certe realtà. Quel che qui mi preme sottolineare è che oggigiorno, per motivi sanitari del tutto comprensibili, ai parenti di una persona ricoverata è impossibile accedere al relativo reparto, ma devono limitarsi ad attenderla fuori. Così è stato, ovviamente, anche il giorno dell'intervento, in cui siamo riusciti a scambiare qualche parola solamente nel tragitto tra reparto e sala operatoria, durante il quale siamo stati scortati dal portantino.

Così, le parole di conforto che ci si aspetta dai propri cari sono state costrette, prima e dopo l'intervento e per tutta la durata della degenza ospedaliera, all'interno di chiamate e videochiamate, a loro volta vittima delle connessioni dati, sovente non stabili, dei nostri smartphone. L'unica cosa positiva è che, proprio a questo proposito, sono riuscito finalmente nel mio intento di insegnare a fare le videochiamate sia a chi era costretto dentro l'ospedale, sia a chi ne era fuori. "L'occasione", si dice, "fa ch'io ti inquadro". 

L'intervento, fortunatamente, è andato molto bene. Molto meno bene, invece, è stato lo spirito che le circostanze hanno impresso alla convalescenza, a causa della scomparsa di un'altra persona, sempre di famiglia, e dell'impossibilità oggettiva di presenziare al funerale di quest'ultima da parte della persona ricoverata. Nel mentre c'ero io, che facevo la spola tra casa, ospedale e, poi, casa della persona defunta e funerale, a portare i saluti di entrambi. E c'era anche il lavoro da portare a termine: vi lascio immaginare, però, in che condizioni.

Come a Dio è piaciuto, alla fine la persona ricoverata è uscita dall'ospedale, ho ripreso a scrivere con più determinazione e costanza e il lavoro è stato portato a termine. Così come è stata portata a termine anche la presentazione del medesimo. Anche qui, però, come presto scriverò, ne sono accadute delle belle, ma del resto il mondo è bello proprio perché non ci si annoia mai... E penso che - ragionando in prospettiva positiva - sarà quello che continuerò a ripetermi.

Inaspettatamente,

Er Matassa



mercoledì 23 dicembre 2020

Post interlocutorio

 Solo per brevemente dire, ove mai qualche internauta fosse interessato, che:

- sono (ancora) vivo e vegeto (forse più vegeto che vivo);

- è stato un periodo tremendamente denso di avvenimenti - previsti e non, tristi o meno, certo, ma tutti, tutto sommato, importanti;

- com'era prevedibile, ho sforato il termine per portare a termine il lavoro al quale, tra alti e bassi, mi stavo dedicando da tempo;

- ciononostante, sono riuscito, come si suol dire, a "metterci una pezza" e l'esito è stato, in una certa misura (che comunque non mi ha soddisfatto), positivo;

- ho preso, in questo lasso di tempo, (alcune) decisioni rilevanti;

- (almeno) altrettante me ne restano da qui all'anno venturo e oltre;

- se qualcuno, sulla scorta del post precedente, si fosse chiesto se già mi sono comprato un'agendina, la risposta è la seguente: no, non l'ho ancora fatto e - rivoluzionariamente, in un certo senso - temo che quest'anno non lo farò.

Con la speranza di tornare presto a scrivere in maniera più distesa, saluto

Interlocutoriamente

Er Matassa