giovedì 1 aprile 2021

Critica del multitasking

Non so quante volte, durante la giornata di lavoro, mi è capitato di pensare: "mentre partecipo a questa videoconferenza di lavoro/ascolto questo convegno, mi metto a lavorare sulla pratica Alfa per ottimizzare i tempi".

Ottimizzare i tempi, appunto. Che è l'obiettivo che si porrebbe l'approccio multitasking, il quale valorizza la capacità di passare da un'attività all'altra senza conseguenze negative, anzi. E che, nella sua versione più radicale, premia addirittura la capacità di far più cose contemporaneamente.

A me hanno sempre detto che ero bravo nel multitasking. Forse, però, è proprio per questo che, appena finivo di fare una delle trecento cose cui stavo lavorando, o anche nel bel mezzo di tutte quante, a volte mi scoppiava un mal di testa imperante e mi trovavo in preda alla nausea o alla stanchezza. E forse è proprio per quello che chi mi ha detto che fossi bravo ha pensato bene di rivolgersi, poi, ad altre persone. Ma questa è un'altra storia.


Recentemente mi sono imbattuto in un libro, a cura di Marie Kondo e Scott Sonenshein, che parla della magia del riordino e del saper lavorare bene grazie a essa. Ossia dell'applicare il metodo ordinatorio/organizzativo "KonMari" (così battezzato dalla propria creatrice) anche a tutto ciò che concerne il mondo del lavoro. E non solo dal punto di vista materiale, ma anche da quello relazionale, informatico e digitale. Un riordino a tutto tondo, insomma. In ciò Marie Kondo è stata coadiuvata, appunto, da Scott Sonenshein, professore di psicologia organizzativa.

E niente, il libro sicuramente merita. E merita perché - in disparte alcune cose che non condivido appieno e sulle quali magari tornerò in seguito - diffida proprio dal valorizzare il metodo multitasking. Mettetevelo bene in testa (anche le donne!): l'essere umano è fatto per svolgere ed elaborare un compito, una decisione, un appuntamento alla volta. E mettere al fuoco molta più carne di quanta se ne può cuocere fa male, anzi: se c'è qualcosa che ciò fa certamente cuocere, è il nostro cervello!

Per cui mi sono detto: d'ora in poi, non seguirò più (se non deliberatamente per finta ossia non seguendo, cosa resa agevole dallo smartworking) convegni, riunioni o altre cose mentre sto facendo altro.

Ovviamente, parlo sempre di lavoro. Niente mi impedisce di fare più cose mentre occupo il tempo libero. Ma per far quello (e per farlo nel migliore dei modi!) nessuno mi paga.

Concentratamente

Er Matassa

lunedì 29 marzo 2021

Chi ci restituirà il tempo perduto?

Diverso tempo addietro, prima ancora dello scoppio della pandemia, incontrai un mio amico, trovandolo molto stanco. Questi mi disse che la notte precedente non era riuscito a dormire e, documentatosi, aveva scovato un articolo scientifico (o presunto tale) il quale affermava che in realtà, se ci si sveglia durante la notte e poi - per fortuna! - ci si riaddormenta, è come se in realtà il nostro fisico non beneficiasse di tutte le ore di sonno di cui complessivamente abbiamo goduto, ma solo di quelle trascorse dall'ultimo risveglio in poi. Detto in altre parole: le ore di sonno precedenti alla "levataccia" notturna, secondo una terminologia cara ai Cinque Stelle, sarebbero "ore-zero", non rilevanti ai fini del ristoro del corpo e della mente.

Fatte le dovute distinzioni, mi sembra che, durante la pandemia, ci troviamo più o meno in questo stato, anche se - in un certo senso - esattamente al contrario. Mi spiego meglio.

È inutile ricordare che, poco più di un anno fa, la pandemia travolse i ritmi e gli abitudini di ciascuno: il lockdown "duro" allora imposto fu - al pari del virus - qualcosa di sorprendente e senza precedenti. Nonostante il numero dei contagiati e dei morti (mi pare di ricordare) fosse destinato ad aumentare ancor di più a fine lockdown e durante l'estate, l'impetuosità e la contagiosità del virus hanno fatto irruenza come mai nessuna malattia prima d'ora nell'Italia postbellica, lasciando il mondo intero interdetto, senza parole e - soprattutto - senza difese che contemplassero qualcosa di diverso da mascherine, distanziamento e quarantena.

Sin qui tutto è noto. Come è altrettanto noto che, quando il virus sembrò (e sottolineo sembrò) aver allentato la propria morsa contagiosa e il Governo si pronunciò a favore della riapertura delle attività, l'atteggiamento precauzionale delle persone cadde in picchiata. Com'è naturale che sia, del resto. Anzi, forse ancora di più, alla luce dei (quasi) due mesi costretti dentro le mura di casa o poco più.

Prima di dire ciò che penso, e a scanso di qualsiasi equivoco ingenerabile da parole impresse su schermo (a maggior ragione in uno spazio virtuale come questo, senza alcun tipo di filtro o di controllo del contenuto che non sia quello che mi pongo io stesso), ci tengo a precisare di non negare né l'esistenza e la pericolosità del Covid-19, né l'efficacia e l'utilità del vaccino contro questa malattia. Ciò premesso, queste sono le mie impressioni.


Penso che che il ritornare alle ben note restrizioni relative alla circolazione e alle attività commerciali sia come svegliarsi durante la notte e non poter beneficiare del sonno perduto: ossia, fatte le dovute distinzioni, del periodo in cui, bene o male, tali restrizioni non v'erano o erano meno pervasive. In altre parole, il ritorno alla zona rossa induce a dimenticare che - seppur per un breve periodo di tempo, seppur in maniera più edulcorata rispetto al consueto - siamo potuti tornare a vivere una vita quasi normale. E penso che sia altrettanto normale che l'essere umano, nel segmento di tempo che va dall'inizio della pandemia al momento attuale, tenda - purtroppo - a ricordare con maggior enfasi ed evidenza il periodo peggiore, vale a dire in cui è rimasto costretto dentro casa rispetto al resto.

La domanda, a questo punto, è la seguente: chi ci restituirà il sonno - o meglio: il tempo e la libertà - perduto? Chi potrà ridarci la possibilità di vivere altrimenti quei momenti trascorsi dentro casa a scrutare così terribilmente, così spaventosamente dentro noi stessi, quando - purtroppo o per fortuna - non potevamo esser distratti dall'applauso al balcone, dal lievito madre per il pane, dalla didattica e dagli esami a distanza, dalle terribili notizie al telegiornale, dal sospetto dell'avvenuto contagio nei confronti dei nostri vicini di pianerottolo?

La risposta è semplice, a mio parere. Si tratta di tempo ormai perduto, che non avremo mai più. E le brevi parentesi di libertà, purtroppo, non equivalgono affatto al lungo sonno ristoratore che normalmente ci accompagna nella notte sino al risveglio. Ciò che ricordiamo, purtroppo, è solo l'ultima volta in cui ci siamo svegliati.

Penso, allora, anche questo, che per qualcuno sarà forse scontato: temo, però, non per tutti. Per un risveglio che sia degno di essere chiamato tale - ossia, uscendo di metafora, una fine definitiva del lockdown e delle restrizioni - ciascuno di noi deve fare del proprio meglio per stare attento e rispettare le regole. In casa, al lavoro, a scuola, ovunque. Con le persone che amiamo, con quelle con cui lavoriamo, con quelle cui ci piace confidare e scambiare impressioni. 

Solo così potremo definitivamente risvegliarci.


Assonnatamente

Er Matassa

domenica 21 marzo 2021

Un cielo color ruggine

Un cielo color ruggine è quello di Roma oggi pomeriggio.

Roma, sopraffatta dal combinato disposto zona rossa-domenica ecologica, è pressoché ridotta a un fantasma.
Nessuno in giro (nemmeno i cinghiali, verrebbe da dire).

Le strade scorrono in silenzio sotto il mio scooter mentre mi reco al consueto, ma insolito appuntamento pomeridiano della domenica.
Quasi ci si aspetta che qualcuno, da un momento all'altro, trovi come spezzare questo silenzio, questa liturgia che tutti adesso portiamo dentro.

Dov'è il frastuono delle macchine? Dove il vociare delle piazze? Dove lo struscio delle persone?
Questo adesso io cerco, questo adesso a me manca.

Nostalgicamente

Er Matassa

lunedì 15 marzo 2021

Pensieri sparsi in tema di zona rossa

"Zone Rosse per te ho previsto stasera" direbbe Massimo Ranieri, parafrasando la sua ben più nota "Rose Rosse".

La suddivisione italiana in zone al 15/03/2021 
Da oggi, infatti, si torna in zona rossa per tre settimane. Meno male che ho fatto appena in tempo a salutare di persona la mia ragazza (alla quale, detto per inciso, considerata la ricorrenza nei post che scrivo, sarà opportuno dare un soprannome: ci penserò!). Ultimo weekend insieme, in attesa che trascorrano le tre settimane "rosse" prima di poterci rivedere (abitiamo, ahimè, in comuni diversi, ciascuno con le proprie famiglie)... Speriamo in fretta e senza imprevisti.

Zona rossa per me vuol dire anche ripensare a un anno fa, quando, di punto in bianco, io e i miei colleghi fummo tutti costretti a rimanere a casa e a non andare a lavoro. Vuol dire ripensare a quel brutto periodo in cui nemmeno per un secondo riuscivo a rimanere concentrato su ciò che volevo fare, persa la bussola in casa con i miei e scomparso un caro amico a quattro zampe, con un'importante scadenza alle porte e altri impegni lavorativi minori ma non meno importanti. Per giunta, alla fine di quel brutto periodo, fui caldamente invitato a cambiare lavoro e a trovarmene un altro; e, tra le due cose, impegnato a portare a termine la scadenza importante. Nel frattempo, per non farci mancare nulla, la mia ragazza si era presa il COVID: altri due mesi senza vederci.

Quest'anno la situazione si è "ribaltata", se così si può dire: c'è un nuovo amico, anzi, un'amica (e anche anzianotta!) a quattro zampe in casa, della quale ci stiamo occupando e che ci sta dando tanta gioia. Ovviamente non potrà mai prendere il posto di chi c'era prima, ma dare amore e cure a un altro animale penso abbia aiutato molto me e i miei a elaborare l'accaduto e ad andare avanti, anche in relazione a tutto ciò che sta succedendo in Italia legato all'evoluzione della pandemia. E, a proposito di (ri)elaborazione, dopo molte incertezze, mi sono proposto di trovare qualcuno che mi aiutasse a comprendere e rielaborare tutto ciò che stava accadendo: dopo un po' di giri a vuoto l'ho trovato e, piano piano, da questo percorso sta venendo fuori qualcosa di positivo (magari un giorno ne scriverò a parte).

In secondo luogo, penso di potermi considerare fortunato nell'aver trovato un nuovo lavoro, seppur in prova, appena un mese prima dell'ingresso della regione in zona rossa. Ricerca che, a seguito di tale ingresso, di certo sarebbe stata non dico impossibile, ma quantomeno più difficile.

Per altro verso, da alcune avvisaglie inizio a intravedere all'orizzonte dei problemi di compatibilità che potrebbero porsi in futuro tra il mio nuovo lavoro e le aspirazioni a continuare a lavorare in Università. Aspirazioni per un verso confermate dalla proposta di una ulteriore collaborazione; la quale, però, potrebbe intralciare la mia nuova avventura (o relativamente nuova: ho appena iniziato la quarta settimana!),  complice l'assenza di organizzazione, buon senso e comprensione in capo al Professore con cui spesso collaboro.

Ricapitoliamo.
Ho avuto la fortuna di trovare lavoro e di salutare la mia ragazza prima dello scoppio della zona rossa, mi è stata promessa una collaborazione accademica, abbiamo un altro amico (anzi: amica) a quattro zampe al quale dare amore. Tutto bene, dunque? Io spero di sì: ma gli spettri dell'insicurezza, della disorganizzazione e della deconcentrazione albergano ancora dietro l'angolo e io ancora non ho del tutto imparato ad acchiapparli con lo zaino protonico da acchiappafantasmi di cui ognuno di noi, dalla nascita, è inconsapevolmente fornito.

Spettralmente

Er Matassa

giovedì 11 marzo 2021

Imprevisti tempestivi

Ieri, per la prima volta da quando ho cambiato studio, mi apprestavo a godere di una delle gioie che il nuovo posto di lavoro mi offre: uscire da lavoro a un orario decente (perlomeno al momento).

Pensa, Matassa: così decente che, organizzandoti, potresti forse riuscire ad andare a cena fuori con la tua ragazza, una volta terminata questa pandemia da Coronavirus! O quantomeno, in tempi più ravvicinati, a vederti con lei per una cena "al sacco" o "da asporto".

Questo avevo vagamente pensato prima del terzo giorno della terza settimana di lavoro, nel quale avevo deciso di vedermi con la mia ragazza per una banale cena "al sacco", preparata, tra l'altro, da lei. All'ora canonica, dunque, esco da lavoro e mi dirigo al motorino, pronto a imbarcarci in una traversata di mezza Roma alla volta del posto di lavoro della mia ragazza. "È un bel viaggetto in scooter, ma ne vale la pena", pensavo.

Foto dell'indagato
Tutto molto bello. Forse troppo bello per essere vero.
Infatti, proprio perché era troppo bello, lo scooter ha deciso di impuntarsi e non partire. Ovviamente, la cosa non poteva che accadere nel giorno in cui, per la prima volta, avevo preventivato di andare con la mia ragazza "a cena fuori" (nell'unico senso, sopra accennato, che possiamo attribuire a questa espressione in tempi di pandemia).

Dopo mezz'ora di telefonate, suggerimenti, manovre e imprecazioni vari, lo scooter, forse mosso a compassione da tali telefonate, suggerimenti, manovre e imprecazioni, decide di ripartire. Magra consolazione. Con la mia ragazza abbiamo convenuto che non fosse il caso ch'io attraversassi mezza Capitale senza la certezza che lo scooter, una volta raggiunto l'altro capo della città, si sarebbe rimesso in moto; d'altra parte lei, automunita e residente fuori Roma, non avrebbe fatto in tempo a venirmi a prendere, riaccompagnarmi e tornare a casa propria.
Morale della favola: un bel nulla di fatto e mai una gioia.

Stamattina mi sono svegliato all'alba per portare lo scooter dal meccanico e poi prendere la macchina per andare a lavoro (con possibilità di parcheggio pari allo 0,0000000... (diversi zeri dopo)...1%. Per fortuna, alla fine, ho trovato qualcuno che mi scarrozzasse (ok, forse quindi una piccola gioia c'è).

Appiedatamente

Er Matassa