venerdì 4 settembre 2020

Un settembre particolarmente minaccioso

Odio settembre.

A dir la verità, fintanto che andavo a scuola, mi piaceva l'idea del rientro, del ritrovarsi tutti insieme in classe dopo tre mesi di dispersione più o meno interessanti.

Da quando ho iniziato l'Università, invece, ho sempre odiato settembre. Con tutti gli impegni (dapprima universitari, poi professionali) e le scadenze che incombono e il freddo che torna, lentamente ma inesorabilmente, a imperversare per le strade.

Settembre è arrivato anche quest'anno, ma proprio quest'anno temevo il momento come non mai.

Sul perché ho l'imbarazzo della scelta. Proviamo ad andare con ordine.

i) Ho trascorso tre mesi della mia vita soltanto sui libri, come forse non facevo dai tempi dell'Università (motivo per il quale ho anche trascurato l'aggiornamento del blog). In rapporto al tempo impiegato, però, ne ho tratto un profitto ben minore: lo stato attuale di avanzamento del lavoro è disastragico. La scadenza importante è ormai imminente e qualsiasi speranza che avessi di un'eventuale proroga (anche a causa dell'emergenza sanitaria, che ha costretto alla chiusura numerose biblioteche) è da poco sfumata. Purtroppo l'ansia perenne - che mi ha accompagnato per l'intera estate e anche prima - non è arrivata a un livello tale da darmi l'accelerazione di cui avevo bisogno per chiudere tutto non dico in bellezza, ma almeno dignitosamente; è bastata, invece, tra una distrazione e l'altra, a stressarmi e a farmi venire un febbrone a fine agosto, con ulteriori perdite di tempo e di energie. Mi rimane una settimana scarsa per fare del mio meglio. Chi vivrà, poi (e forse...) vedrà.

ii) In prossimità del termine di scadenza di cui al punto i) la mia ragazza festeggerà il suo compleanno. Conterà pure il pensiero, ma, oltre ai dovuti festeggiamenti, tocca scervellarsi per trovare qualcosa di dignitoso prima dell'ultimo minuto utile.

iii) Alla fine del mese si sposa la mia migliore amica, al matrimonio della quale farò da testimone. E anche lì, ovviamente, c'è il tema del regalo (e che regalo!), del vestito (si tratta, manco a dirlo, di un matrimonio a tema) e dell'organizzazione dell'addio al nubilato, e chi più ne ha più ne metta.

iv) In tutto ciò, dovrei anche pensare a mandare curricula in giro e andare alla ricerca di offerte di lavoro. Sì, ma quando?

v) Quello che è sicuro è che presto avrò bisogno di una vacanza vera e propria, dopo aver trascorso tutti gli scorsi mesi sui libri e - come detto - averne tratto ben poco profitto in rapporto al tempo impiegato.

Ove mai sarò sopravvissuto a tutto questo, s'intende.


Molto faticosamente,

Er Matassa



sabato 11 luglio 2020

Avere trent'anni nel 2020

"Del trentesimo anno non si parla mai. Dei ventenni, dei cinquantenni, degli anziani sì. Programmi TV, ribalte e discussioni politiche. Ma di chi arriva in quel punto della vita dove si tira la prima riga, si fanno scelte o si rinuncia  – un momento decisivo, un bivio nel cammino di tutti –, di questo non si occupa nessuno".

Questa l'introduzione del volume "In tempo di guerra" di Concita De Gregorio, edito da Einaudi nel 2019. Sfido chiunque a smentire le sue parole: i trent'anni, oggigiorno, rappresentano il limbo della vita. Altro che dantesco "mezzo del cammin di nostra vita". Oserei dire che nella "selva oscura", ai nostri giorni, ci si arriva ben prima dei trentacinque anni. Già, perché "dei trentenni non si sa niente. Invisibili alla politica, dipinti attraverso stereotipi, con un piede nel regno dei ragazzi e l’altro in quello degli adulti. Su un terreno troppo soggetto a smottamenti per non farci tremare le gambe, troppo instabile per non farci temere che possano essere sabbie mobili"(1).

Forse non v'è bisogno di aggiungere altro. È però il caso di sottolineare che sia il libro, sia l'articolo che lo recensisce risalgono al 2019. Il limbo che descrivono, pertanto, prescinde dalla pandemia e dalla conseguente emergenza sanitaria che ha colto tutti alla sprovvista, a seguito della quale di certo non esce un quadro più rasserenante.

Chi lo avrebbe detto che avrei atteso così lo scoccare dei trent'anni, per me ormai imminente? Penso alle parole della De Gregorio e le sento mie. Senza più un lavoro fisso, con una scadenza importante alle porte, per la quale sto tentando di scrivere qualcosa che abbia senso compiuto, lavorando chiuso in casa senza aria condizionata (tra i luoghi che sono stati chiusi per l'emergenza COVID-19, com'è noto, vi sono infatti anche le biblioteche e le sale studio). Ma soprattutto, senza alcuna certezza sul mio futuro e su quanto valga la pena spremersi le meningi in queste condizioni. Il tutto con la concentrazione pari a quella di un criceto(2), che fa sì che io sia perennemente in ritardo rispetto alle tempistiche che mi son dato.

Se faccio il paragone con il medesimo periodo dell'anno scorso, è giocoforza dire che stessi meglio. Avevo appena saputo di aver superato la prima prova di un esame importante e, dunque, subito acquistato l'occorrente per prepararmi al test successivo. Nel frattempo ero riuscito a chiedere una proroga per una scadenza allora imminente. Queste gioie erano condivise con la mia ragazza di allora, che frequentavo però da appena qualche mese.

A distanza di un anno, l'esame è stato superato, nel posto in cui lavoravo mi hanno invitato a cercare altrove, la proroga dei termini è finita e la scadenza allora rinviata è, stavolta, veramente imminente. Ragion per cui si prospetta un'estate tutt'altro che rilassante. 
Lei, la mia ragazza, con cui già è passato un anno insieme e con cui, salvi i normali alti e bassi, sto molto bene, è forse l'unica costante rimasta (se non altro quella più recente), famiglia, amici e arti marziali a parte.
Se io sono quello ingarbugliato, lei è quella che, alla fine, spesso e volentieri riesce a sciogliere i nodi. Giusto per rimanere in tema, se io sono Er Matassa, lei potrebbe chiamarsi, che so, Lisistrata. O Balsamo (3).   

I trent'anni ti sorprendono così, quando meno te lo aspetti, nel limbo che non ti aspettavi. C'è un punto della selva più oscuro e inesplorato degli altri. Nel dribbling tra scadenze e impegni, professionali o meno, i trenta entrano a gamba tesa, facendoti cadere e prendere un spavento.
L'importante è rialzarsi e riuscire a trovare un senso nella selva. E procedere, con le persone che ti vogliono bene, in quella direzione.

Er Matassa (con più capelli bianchi della scorsa settimana)

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(1) Come efficacemente si riporta in un articolo dell'Huffington Post a commento del libro in questione. 
(2) Ho tirato fuori dal cilindro il primo animale che mi è venuto in mente, ma effettivamente ignoro se i criceti siano animali provvisti di una qualche concentrazione. Ove così fosse, mi scuso con loro per l'equivoco.
(3) Forse meglio Lisistrata...

venerdì 26 giugno 2020

Gli Spiriti dei Blog Passati

Forse è la prima volta in assoluto che inizio un post senza avere un'idea ben precisa di cosa finirò per scrivere. Confesso che non mi ero mai spinto a tanto...

Certo, forse lavorare in certi ambiti aiuta; una cosa, però, è scrivere qualcosa per lavoro, un'altra è scrivere un post su un blog alle due di notte (anche se v'è da dire che la maggior parte delle "pensate" lavorative riuscite meglio le ho partorite proprio durante la notte).

Certo, forse aiuta anche aver tenuto altri spazi come questo blog in precedenza. Il primo di essi, però, altro non era che uno sfogo adolescenziale. Ricordate Windows Live Spaces? Si tratta di quella piattaforma dal design molto semplice e personalizzabile e collegata a Windows Live Messenger, al secolo MSN... Quel servizio di messaggistica istantanea, purtroppo, è ormai tramontato, portando con sé anche la possibilità di creare blog personalizzati. Dico purtroppo, perché in realtà quei tempi un po' mi mancano.

Quanti ricordi e quante conversazioni trascorse "su MSN"! Creavi un account, aprivi una conversazione e ti sembrava di avere il mondo fra le dita: compagni di scuola, amici del campo sportivo, parenti, gente conosciuta durante le vacanze (e quindi anche persone di cui ormai non avevi nemmeno più memoria). Interi album di foto e di canzoni creati e condivisi tramite Spaces. Oggi, invece, abbiamo una miriade di strumenti per raggiungere chiunque a scapito della lontananza, ma le persone sembrano sempre più distanti tra loro. Secondo me, avere a disposizione infiniti canali di comunicazione significa moltiplicare in modo esponenziale i modi e i tempi delle nostre interazioni, di fatto dissolvendole. "I social network rendono asociali": non so chi lo ha detto, ma so che ha ragione. 

Un secondo blog, invece, è durato un bel po', diciamo dagli anni immediatamente dopo le superiori (durante le quali, come detto, dominavano incontrastati MSN e i servizi a esso collegati) sino alla fine dell'Università. Ci ho scritto molte cose e molto diverse tra loro. Alla fine, con altri blogger, avevamo formato una sorta di circolo in cui ci leggevamo e commentavamo a vicenda; un po' quello che accade come quando, dal vivo, si trovano amici con cui si sta bene. Nei vorticosi anni universitari ("vorticosi" perché mi hanno spinto all'estero per diverso tempo), il blog è diventato un modo per condividere con chiunque ne aveva interesse (soprattutto amici, reali e virtuali, ma non solo) le esperienze in terra straniera e un tramite per ragionare assieme sulle somiglianze e differenze tra Italiani e stranieri.

Una volta approdato nel mondo del lavoro (e fatta la conoscenza di tutti i problemi che gli sono propri), è stato più difficile aggiornare il blog con costanza. Ma non solo. Inizialmente, a firma di ogni post del blog v'erano il mio nome e cognome, a testimonianza della mia beata ignoranza e dell'assenza di alcuna lungimiranza negli anni in cui fu creato. Successivamente ho provato a riparare l'errore, evitando di inserire troppi riferimenti circostanziati e modificando i dati e le credenziali, ma ormai il danno era fatto e anche lo pseudonimo era facilmente smascherabile. Se già il fatto che alcuni lettori ti conoscano ti impedisce di scrivere tutto quello che ti passa per la testa, è evidente che, nel momento in cui i colleghi di lavoro ti aggiungono sui social, la stessa possibilità è ulteriormente compromessa. Silenziosamente mi son fatto da parte, continuando a seguire alcuni blog, ma sotto altro nome.

È buffo: sono partito con un esperimento e non sapendo bene cosa scrivere e sono arrivato a uno dei motivi per cui ho creato questo blog. In realtà, ne ho spiegati - qui e qui - già alcuni, ai quali è arrivato il momento di aggiungerne un altro: raccontare degli episodi, che forse non avrei il coraggio di commentare francamente, se non con il velo dell'anonimato, a me stesso e agli internauti che avranno la ventura (o la sventura!) di navigare sotto costa. Anzi, sotto post.

Er Matassa

mercoledì 24 giugno 2020

In ritardo, come sempre

Sono sempre in ritardo. 

Non parlo degli appuntamenti: a quelli, bene o male, son sempre riuscito ad arrivare puntuale, nonostante i mezzi pubblici e l'incontrollabile (e imprevedibile) traffico romano. A onor del vero, da quando ho un mezzo proprio, purtroppo invece di arrivare in anticipo ho iniziato ad arrivare prima puntuale e, mano a mano, sempre più in ritardo. Ma mi sto rimettendo in riga, complici l'orario di lavoro, la ragazza e la poca predisposizione di entrambi (della seconda, in particolare) a sopportare i miei ritardi.

Quello di cui parlo sono le maledette scadenze (e non solo di lavoro). Non ce ne sia una (e dico una!) che riesca a rispettare e a chiudere in largo anticipo. Non c'è niente da fare: se non mi viene l'ansia, se non sto con l'acqua alla gola, non riesco a carburare e a produrre. Cosa che, indirettamente, si lega a quel problema di concentrazione su cui mi sono soffermato sia in corso di quarantena che dopo.

E dire che ne ho provate tante: suddividere il lavoro in piccoli obiettivi; darsi delle scadenze a breve termine; privarsi di ogni cosa che può rappresentare una potenziale distrazione; promettersi una ricompensa per il lavoro svolto, et cetera, sono cose che mi son sentito dire e consigliare più volte. Niente da fare: per una o due ore riesco a tener testa alla tentazione di fare altro, ma poi, inevitabilmente, ci ricasco. Fino a che, stanco morto, esausto e con una barca di cose da fare, mi ci rimetto, più disperato che motivato, e per il rotto della cuffia riesco a portare a termine il tutto.

Certo è che vorrei riuscire a vivere più serenamente il lavoro, le sue scadenze e i suoi ritmi. A differenza di altre persone, l'esser stato chiuso in casa in quarantena per quasi due mesi non mi ha aiutato affatto a migliorare in questo senso e ora mi ritrovo con una marea di cose da fare, pochissimo tempo per farle e il serio rischio di bucare il termine senza praticamente nulla in mano. Mi piacerebbe viaggiare nel tempo, oltre la scadenza imminente, e vedere se ce l'avrò fatta o meno, e sentire la versione futura di me dirmi: "tranquillo, te la caverai come hai sempre fatto" oppure "stavolta hai sgravato male".

E stavolta non me lo posso proprio permettere.

Er Matassa

domenica 21 giugno 2020

Cotto e mangiato, ossia del dover rimboccarsi le maniche

È trascorso precisamente un mese da quando la mia vita (o almeno l'aspetto lavorativo di essa) ha subìto alcuni stravolgimenti, ma temo proprio di non aver (ancora) saputo farne tesoro.

Ho una scadenza a breve (brevissimo, anzi), ma ogni volta che mi pianto davanti al PC o davanti a un libro a lavorare, inevitabilmente mi distraggo: il fatto di dover necessariamente lavorare al computer e di dover consultare internet, infatti, non aiuta affatto. Né aiuta tenere costantemente monitorato il cellulare (infatti cerco di sbarazzarmene nei momenti di studio e lavoro e di lasciarlo proprio altrove; ma non sempre è possibile).

Chissà se qualcuno degli internauti (casuali o abituali) che leggeranno questo post saprebbe darmi qualche consiglio per superare e vincere le (fonti di) distrazioni... Fermo restando che, ovviamente, quello che deve rimboccarsi le maniche (e fare in modo di ...non fare la frittata) sono solamente io.
Penso comunque che scrivere in uno spazio pubblico, ma anonimo, come questo qui presente, possa aiutarmi, sia per l'aprirmi senza riserve, sia per esercitarmi senza timor di critiche. Un'altra cosa che dovrei imparare, infatti, è scrivere di getto, buttare giù qualche idea e solo in un momento successivo ritornarci sopra, a far labor limae di quello che ho scritto. Mi aiuterebbe un sacco con la scadenza in corso.

Trovare un senso a questo post? Un po' inutile, forse. Sicuramente, però, scriverlo non mi è costato molto tempo (ed è qui il cambiamento): per utilizzare il titolo di una nota trasmissione culinaria, potrei definirlo "cotto e mangiato". Chissà se siamo sulla buona strada...

Er Matassa